Cara Redazione, ritenendo sia opportuno fare chiarezza sulla spinosa questione della difesa della vita (che il laico Norberto Bobbio si rammaricava – trattandosi di un diritto naturale prima ancora che costituzionale – fosse stata lasciata ai soli cattolici) sottolineo sinteticamente le cause del polverone mediatico che si sta sollevando in tale ambito. Estremamente significativo, al riguardo, il titolo sotto riportato di uno dei due articoli degli stessi autori pubblicati in contemporanea, con grande evidenza e notevole apparato fotografico, dal quotidiano La Stampa di venerdì scorso 12 marzo: “La Regione ammette nei consultori le associazioni pro vita. Femministe e sinistre: tolta libertà alle donne”. “Sfregio alla 194. Bufera sulla Giunta Cirio”. La variegata galassia progressista – Radicale – femminista, infatti, è sul piede di guerra nei confronti di Maurizio Marrone, di Fratelli d’Italia, l’Assessore regionale con delega ai problemi legali (è laureato in Diritto pubblico) che ha ripreso il percorso già iniziato anni fa dalla Giunta verde di Cota e rimasto incompiuto, con la ferma intenzione, questa volta, di andare fino in fondo nell’applicazione della legge 194 del 1978. In ottemperanza della stessa, la Giunta di Alberto Cirio, infatti, ha modificato i criteri per stilare gli elenchi delle associazioni che operano nel settore della tutela “materno infantile” nell’ambito dei “percorsi assistenziali della donna che richiede l’interruzione volontaria di gravidanza”. Tra i vari requisiti dei soggetti accreditati ad assistere le donne orientate ad abortire viene pertanto richiesto dalla Regione che abbiano nel loro Statuto le “Finalità di tutela della vita fin dal concepimento e/o di attività specifiche che riguardino il sostegno alla maternità e alla tutela del neonato”. Al riguardo, l’Assessore ricorda che la relativa delibera ha già superato vittoriosamente, con due sentenze passate in giudicato, le contestazioni che erano state attivate in sede giudiziaria con due ricorsi al Tar. La finalità di tale provvedimento che dà attuazione al dispositivo legislativo in materia, sostiene ancora Marrone, è quella di “tutelare la libertà di scelta “come previsto, appunto, dalla legge 194. “Questo – aggiunge – vuol dire anche aiutare le donne con gravidanze difficili a superare le criticità economiche e sociali che potrebbero spingere all’aborto. “I requisiti di professionalità che abbiamo previsto – aggiunge – sono tali da garantire la qualità del progetto di sostegno sociale e psicologico”. Infine, concludeva, “Nessuna macchina del fango fermerà mai la nostra battaglia in difesa della vita e della vera scelta di libertà della donna”. A commento di quanto sopra aggiungo le seguenti considerazioni apparse su Avvenire di domenica 14 marzo nell’articolo di Daniele Poggio dal titolo: “Nuovi attacchi ai Pro-life in Piemonte” Egli cita il parere della federazione dei movimenti e dei centri per la vita secondo cui “ci si dovrebbe sorprendere piuttosto che tutto questo debba ancora essere richiesto e non sia normale prassi, in quanto è proprio la 194 a prevedere che i consultori assistano la donna in gravidanza, contribuendo certamente a ridurre il numero di interruzioni volontarie quando ricorrano motivi condizionanti di natura socio-economica. Ma tornando al secondo articolo del quotidiano torinese, è sicuramente condivisibile l’affermazione finale degli autori che rilevano quanto segue: “Il fatto è che, come succede spesso, singoli episodi sollevino la polvere sotto il tappeto. Ad esempio, spiega Silvio Viale, esponente storico dei Radicali “in Piemonte ci sono 244 ginecologi obiettori. nel settore pubblico, il 64% del totale, contro 135 non obiettori.”
Verrebbe da dire: “Già! ….Come si spiega?”.