E’ di questi giorni la notizia che il nuovo ministro della Funzione Pubblica ha insediato una squadra di esperti che dovrà contribuire a disegnare  la pubblica amministrazione del futuro. La parola d’ordine è: semplificazione chirurgica e investimenti sul capitale umano. Insomma, l’Italia, in piena e disastrosa pandemia sanitaria ed economica, scopre che sarà impossibile risollevarsi con una pubblica amministrazione (che comprende anche la giustizia penale e civile), che funziona come ha funzionato finora, cioè male. Con la concessione, da parte della Unione Europea, nei mesi scorsi, dei 209 miliardi del Recovery Fund all’Italia per risanarsi e rilanciare il sistema economico e sociale, il problema è balzato fuori crudamente e penosamente. Legittime preoccupazioni sono venute fuori dalla UE (e non solo), pensando al fatto che nell’ultimo ciclo (2014- 2020) di finanziamenti UE (Fondi strutturali e Fondi di investimento), l’Italia risulta al penultimo posto, poco prima della Croazia, nell’utilizzo di tali finanziamenti UE; vuol dire che l’Italia, su 72 miliardi di euro complessivi avuti assegnati nei programmi 2014-2020, nel 2019 ne aveva spesi 22 miliardi, ovvero il 30%. A ciò aggiungiamo altri sprechi e inefficienze, che autorevoli studi (della Banca d’Italia, Studio Ambrosetti, e altri), aggiornati al 2020, stimano che costino allo Stato circa 57 miliardi di euro, e altri 53 miliardi sono i debiti della pubblica amministrazione nei confronti dei fornitori privati che aspettano anni per essere pagati. Ma si aggiungono altri sprechi: per esempio si stima in 40 miliardi di euro il deficit delle infrastrutture, altrettanto quello sulla lentezza della Giustizia, 24 miliardi la spesa pubblica in eccesso e 13 miliardi gli sprechi del trasporto locale. Tutto questo si può sintetizzare in una parola: Burocrazia (un termine negativo per definizione); uno dei mali atavici della nostra società, che fino a qualche decennio addietro non faceva grossi danni, ma la cui incidenza negativa è cresciuta negli ultimi anni, direttamente proporzionale al crescere del suo ruolo e dei suoi compiti. In tal senso, un momento di svolta c’è stato tra il 1997 e il 2001, quando furono approvate le riforme Bassanini (dal nome del ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini), sul Decentramento e Federalismo amministrativo, e sulla separazione, negli enti locali (Regioni, Comuni, ecc.) tra organi politici (la Giunta) con compiti di indirizzo adottati con Delibera, e la dirigenza che adotta i provvedimenti amministrativi (Determinazione Dirigenziale). Altra riforma importante e impattante fu quella del 2001, la riforma del titolo Quinto della Costituzione, che riordinava le competenze tra Stato e Regioni ed enti locali; riforma che, pur con tutte le buone intenzioni, ha innescato una serie di conflitti tra Stato e Regioni, e un continuo ricorso alla Corte Costituzionale, ciò soprattutto sulle cosiddette “materie concorrenti”. Tra l’altro questa riforma aveva anche abolito i Comitati Regionali di Controllo (CO.RE.CO.), il cui effetto si è rivelato negativo perché in tal modo non c’era più un controllo di legittimità degli atti delle Regioni, Province, Comuni e altri enti. Cosicché, tale processo di riforme, nato con le buone intenzioni (io direi anche con le velleità, con l’antipolitica e il populismo giustizialista) di drenare  la corruzione e rendere più efficiente l’amministrazione, ha avuto gli effetti contrari: è aumentata enormemente la corruzione, è aumentata enormemente la lentezza procedurale e l’inefficienza complessiva delle amministrazioni. Nonostante ciò, l’antipolitica, il moralismo e il populismo giustizialista non si sono fermati; come diceva Vitaliano Brancati: si sa come vanno le faccende politiche in Italia: “ci si conserva onesti il tempo necessario per accusare gli avversari e prendergli il posto”. E poi, come abbiamo visto in questi ultimi anni, dalla retorica del disprezzo del potere, e dal potere come disprezzo, è nato il partito del disprezzo del potere, che diventa esso stesso potere.  I post comunisti, (per dirla con Pietro Nenni), hanno visto che c’è sempre qualche puro più puro che ti epura, o ti scavalca; ogni riferimento ai Grillini è puramente casuale. E dunque, la burocrazia è sempre più dilagante, invadente e vessatoria, e pervade tutte le istituzioni. Certo, dettata anche da nobili ragioni, ma ciascuna di esse “la si veste di giuridicità”: lotta alla mafia, lotta alla corruzione, la tracciabilità dei pagamenti, la trasparenza, ecc. E ognuno di questi obiettivi si trasforma in una aggiunta di nuove regole, controlli, carte, ricorsi, inchieste, documenti e tempi che si allungano sempre più.  Alle nobili ragioni, talvolta si aggiungono (e si vestono di giuridicità) anche le idiosincrasie o i pruriti moralistici-ideologici dell’apparato, dei funzionari. Scatta e si diffonde “l’Animus Inquisitorio”. E tutti siamo sempre indignati (e ci sentiamo anche vittime), contro il potere, la corruzione, i protervi, e ci sentiamo tutti “combattenti contro il “male che dilaga”; tutti sguazziamo nel male altrui per anestetizzare il nostro. Ma l’indignazione è una cultura liberticida; e quelli che vogliono la perfezione sono quelli che vogliono cancellare la libertà. E, come diceva quel grande Papa che è stato Benedetto XVI, “La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di peccatori”. Ma questa deriva moralistica e giustizialista, è causa ed effetto del decadimento della politica, sempre più incapace di governare le cose, di svolgere il proprio ruolo, abdicando dalle proprie funzioni. Una classe politica che, ha primeggiato al grido di “onestà”, ma come diceva Benedetto Croce, l’onestà che si chiede al politico è la sua capacità politica, come quella che si chiede a un medico o a un ingegnere; così ha trionfato una politica pavida e imbelle, che abdica al proprio ruolo e si affida e confida tutto alla giustizia: Penale, civile, amministrativa. Qualsiasi tema, opera, problema, etico, economico, sociale, persino la politica estera, ormai è in mano a Procure, Tribunali, TAR, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Corte Costituzionale, Corte di Strasburgo, (si è instaurata, in pompa magna, quella che un politologo aveva definito la “Giuristocrazia”), in un vortice e un rimando da far venire le vertigini e far incagliare la società in fondali di miserie. Basta elencare le leggi e norme di questi ultimi quindici anni: Concorso esterno in associazione mafiosa, Voto di scambio, Traffico di influenze, Autorità Anticorruzione, Nuovo codice degli appalti, le tante leggi sui falsi in bilancio, Legge Spazzacorrotti, Decreto dignità, e tantissime altre ancora. Una giungla giuridica dalla quale deriva l’incertezza del diritto e la sempre più invadente e oppressiva azione discrezionale della magistratura che, ormai, interviene su tutto, per non parlare delle opere pubbliche, piccole e grandi, che quasi sempre si bloccano per inchieste giudiziarie. E nessuno fa il conto dei danni umani, morali e materiali, per esempio quando si fa chiudere un’azienda produttiva, o si blocca un’opera pubblica. E, in attesa che venga bonificata questa palude giuridico-legislativa, (operando in deroga ad essa, non a caso si invoca il modello “nuovo ponte di Genova), possiamo pensare, per esempio, a Leonardo Sciascia che nelle sue battaglie per la Giustizia Giusta, poneva al centro di tutto il Diritto, l’idea del Diritto. Ed estremizzando il concetto affermava che: … io, finché non si troverà una soluzione che non contravvenga all’idea del Diritto, preferirò sempre che la Giustizia venga danneggiata piuttosto che negata. Questa è la mia eresia: gli inquisitori mi diano la condanna che vogliono. Ma ci sono tanti eretici, per fortuna, in questo paese, benché non sembri…”. Questa dovrebbe essere la regola aurea che dovrebbe adottare chiunque eserciti un potere, piccolo o grande. Ma quanto più sarà forte quel potere esercitato, tanto più dovrà essere rispettata l’idea del diritto, la valutazione dell’effetto che la sua decisione avrà sugli uomini e sulle cose, assieme a quel senso di religiosità che mai dovrebbe mancare in chi sta giudicando ed esercitando un potere nei confronti di un cittadino, un utente, un postulante, un uomo, un’azienda, un’opera. E allora, in un periodo di rancori e disprezzo, di sfascio, di disfacimento occorrerebbe ritornare al senso del dovere, della responsabilità, che è sempre personale; “e la vera rivoluzione”, come ci fa intuire  Sciascia, in un dialogo con Davide Lajolo, “ci sarebbe se ognuno facesse bene il proprio lavoro, svolgesse bene il proprio compito.