Il “Corriere della Sera” ha dedicato un convegno allo storico Piero Melograni di cui è uscita la cronaca ad opera di Antonio Carioti noto per il suo superficiale conformismo. In esso si è parlato di tanti aspetti anche poco noti di Melograni ed ha sicuramente ragione Stefano Bruno Galli, assessore lombardo alla cultura, a sottolineare come qualcosa importante dell’opera di Melograni la riscrittura in italiano moderno del “Principe“ di Machiavelli che forse ha consentito a tanti lettori di cogliere i contenuti di un’opera citatissima ,ma assai poco letta. Certo la versione di Melograni non ha potuto far rivivere lo stile del grande scrittore fiorentino che resta uno dei più originali scrittori al di là’ del suo contestato pensiero politico. La lingua di Machiavelli a tanti che non hanno studiato il latino, resta infatti un ostacolo insormontabile. Nella cronaca non si dice nulla o quasi dell’opera storica di Melograni a partire dalla celebre storia politica della Grande Guerra. Soprattutto si ignora (non si capisce se volutamente o casualmente) l’impegno politico di Melograni che lo portò dal Pci a Forza Italia. Melograni fu uno degli storici di punta del PCI anche se si allontanò dal partito nel 1956 dopo l’invasione sovietica dell’ Ungheria, pur rimanendo in un’area di sinistra. Quasi tutta la sua opera che conta è quella del periodo marxista. Adesso viene ripubblicato il “Saggio sui potenti” del 1977 che tende a far passare Melograni come un nemico di tutti i totalitarismi. Il fatto di essersi candidato con Berlusconi nel 1996 alla Camera dei deputati dove rimase fino al 2001, viene ignorato totalmente nell’articolo e forse non senza una ragione che non sia il conformismo. All’improvviso l’anno prima Melograni aveva aderito alla convenzione liberale di Marco Taradash con Pera ed altri professori che avrebbero dovuto costituire la parte pensante di Forza Italia. Melograni non diede un contributo significativo neppure nel campo storiografico dove per altro era rimasta ben viva la scuola autenticamente liberale di Rosario Romeo che non ebbe nulla a che vedere con Melograni. In un colloquio con lui nel 1998, quando lo invitai a parlare in un convegno al Centro Pannunzio, capii che Melograni seguì Lucio Colletti nell’avventura berlusconiana senza una forte convinzione. Ad esclusione di Marcello Pera, quell’innesto di professori fu fallimentare in Forza Italia che fin da subito venne affidata a persone politicamente incolte. I professori lentamente si ritirarono o furono obbligati a farlo, certo senza lasciar traccia di sé. Lo stesso Berlusconi ,ad esempio, mettendo Sandro Bondi ministro della cultura, diede la prova di cosa intendesse per cultura. Certo i professori fecero poco o nulla per dare una base culturale al partito berlusconiano che fu costantemente animato di nani e ballerine (e non solo di ballerine…) senza prendere dal craxismo se non i vari piduisti alla Cicchitto. Melograni era una persona onesta e di una certa cultura storica ma quando diventò berlusconiano il meglio di sé lo aveva già dato. Io ricordo un suo intervento piuttosto sciatto e banale che con i veri liberali del Centro Pannunzio non poteva interagire. Credo si sia trovato persino a disagio. Nel 2001 non si ricandido ‘ dicendosi deluso dell’attività parlamentare a cui non seppe dare nessun contributo originale. L’ex comunista Saverio Vertone (che in gioventù era stato anche nella RSI) aveva imboccato una strada di “redenzione“ anticomunista diversa che finì tristemente con il diventare “diniano”, inspiegabilmente seguace di Lamberto Dini. Ma Vertone in effetti era un caso a sè perché non solo non era professore ,ma non non era neppure laureato, un irregolare salvo che nel periodo in cui fu comunista gramscianamente organico. Il Centro – destra, se a livello intellettuale e culturale è ed è stato un deserto ,lo deve ai suoi vertici fatti di meri esecutori, pronti però a tradire il capo alla prima occasione, come fecero Bondi e tanti altri. Ma la colpa ricade anche su uomini come Melograni che non diedero nessun contributo serio per dare un’ossatura liberale ( che lui stesso non possedeva ) ad un movimento che in modo ridicolo spacciava la gobettiana “Rivoluzione liberale“ come fosse il manifesto del liberismo, reso sinonimo del liberalismo. La convenzione liberale di Taradash riuscì a raccogliere pochissimi liberali e tanti ex comunisti. Un partito, in cui Dell’Utri passava per raffinato intellettuale e il ministro Bondi, anche lui proveniente dal Pci, scriveva ispirate poesie dedicate al capo, non poteva certo dare spazio a Marcello Pera l’unico che tentò seriamente di fare la sua parte, intralciato da Berlusconi in persona.
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