Una  proposta davvero strana, per non definirla tout – court  fascista, appare quella nata nell’ambito del Comune di Torino: l’istituzione di una consulta comunale per  le affissioni dei manifesti che subito è stata definita  una consulta per la censura. L’idea davvero peregrina nasce da un assessore che nel recente passato voleva cambiare il nome delle vie torinesi che ricordavano il passato coloniale dell’Italia, creando il problema del cambio di documenti a decine di migliaia di cittadini con l’aggiornamento della nuova residenza prevedibilmente “terzomondista“. La proposta venne subito stoppata dal Sindaco. Adesso sulla base di un manifesto antiabortista che rappresentava crudamente un feto, l’assessore ha avuto la bella pensata di creare una consulta preventiva che giudichi il contenuto dei manifesti che i privati cittadini o  le associazioni affiggono a loro spese attraverso il servizio comunale delle affissioni a pagamento. Già la parola consulta evoca qualcosa di poco democratico e anche di poco efficiente. Ma l’idea di dover sottoporre il pensiero , persino quello pubblicitario, alla censura preventiva appare fuori dalla realtà. E chi giustifica questa censura con argomentazioni relative al rispetto delle persone non comprende che il primo rispetto va rivolto alla libertà di pensiero sancita dalla Costituzione. Invece di combattere le affissioni abusive che a volte esaltano reati dei centri sociali, invece di tutelare i monumenti dalle incursioni dei vandali che li imbrattano, invece di incrementare gli spazi legali per l’affissione gratuita di manifesti per l’associazionismo, il Comune pensa ad un filtro alla manifestazione del pensiero. Eventuali reati a mezzo stampa potranno  sempre essere perseguiti, ma il controllo preventivo appare un conato autoritario.  Una forma di fascismo rosso , un qualcosa che sicuramente piacerebbe anche a La Russa. Con lo stesso ragionamento si potrebbe sottoporre anche la stampa  cartacea ed on line ad una verifica preventiva. L’atteggiamento è il medesimo: una sfiducia antidemocratica nei confronti dei cittadini e i loro diritti. C’è da sperare che l’idea abortisca anch’essa come quella di cambiare il nome delle vie.  Ma sicuramente la presenza di persone che pensano in termini di censura in un Comune non sono un buon segno di democrazia, malgrado i ghirigori sociologici di una studiosa che, arrampicandosi sui vetri, ha cercato di giustificarli. Il pluralismo resta  e deve restare la linea guida della democrazia che non può mai coincidere con il politicamente corretto oggi di moda. C’è da augurarsi che l’idea balzana non venga copiata da altri comuni italiani.