Mario Lattes (Torino, 25 ottobre 1923 – ivi, 28 dicembre 2001) è stato figura di spicco nel quadro della cultura italiana del secondo Novecento. Nipote di quel Simone Lattes che nel 1893 fondò la Casa Editrice illustre soprattutto nel settore scolastico, ne continuò l’attività prendendone le redini al termine del secondo conflitto mondiale e mantenendone il prestigio con geniali ed euristiche innovazioni in campo sia didattico-contenutistico sia grafico-oggettuale (un’antologia di antichi lirici greci su cui studiai in liceo edita dalla Lattes credo che per eleganza di caratteri,  qualità della carta, vivezza delle illustrazioni sia il più bel libro di testo che abbia avuto tra le mani). Ma l’assiduo e irrequieto operare di Lattes si estrinsecò anche (e soprattutto) nell’àmbito di una creatività artistica multiforme, insaziabile, a suo modo “sperimentali.

In veste di pittore, riconosciuto e apprezzato in patria e all’estero, si segnalò come uno dei più interessanti esponenti italiani della sua generazione attestandosi su posizioni di un indirizzo sostanzialmente figurativo aggiornato con nervosa e tormentata intelligenza sulle più risentite e inquietanti problematiche novecentesche e    giocoforza disponibile a un’ampia inclusione di presenze surreali e oniriche, sconvolte e brividenti, che spesso comportano con bruciante e violenta espressività la contorsione e la deformazione della  figura stessa.                                                                       

Lo scrittore, nato poco dopo il pittore la cui prima mostra risale al 1947, ha redatto sei romanzi (di cui due pubblicati postumi) e una sessantina di racconti: anche in queste prove, di stile e linguaggio altamente personali e originali (almeno per l’Italia) e rivelatori di una conoscenza della più significativa narrativa occidentale novecentesca perfettamente assimilata, la “realtà” assemblata e descritta da Lattes è dilaniata, priva di certezze e riferimenti, ambigua e inafferrabile, indecifrata e indecifrabile, indice – angosciosamente lancinante – di vuoto, di assenza, di disordine, di paura, di Nullità. Gli opera omnia (editi e inediti) di Lattes (anche autore di non trascurabili poesie e di un paio di testi teatrali, oltre che, si intende, di una specifica produzione saggistica e giornalistica, perspicace, severa, spesso ironica o polemica) sono stati pubblicati in edizione critica di tre volumi da Olschki (Firenze) nel 2021 per le cure filologiche di G. Barberi Squarotti e M. Masoero.          

Lattes fu attivissimo come operatore culturale, specie fondando nel 1953 (con gli amici Vincenzo Ciaffi, Albino Galvano, Oscar Navarro) la rivista pluridisciplinare «Galleria di Arti e Lettere» divenuta nel ’54 «Questioni» e alveo, fino al ’60, di uno straordinario impegno intellettuale affidato, fra le molte di primissimo piano italiane e straniere, alle firme di Abbagnano, Adamov, Adorno, Auden, Bourniquel, Brod, Della Volpe, Dorfles, Ionesco, Lescure, Primo Levi, Matthiessen, Mollino, Paci, Zolla…    

Il 2023 vede in contemporanea il centenario della nascita di Mario Lattes e il compimento dei centotrent’anni della Casa Editrice. Per quanto riguarda il poliedrico artista torinese le celebrazioni sono iniziate con l’inaugurazione, avvenuta il 29 marzo, della mostra Mario Lattes. Teatri della memoria presso la Reggia di Venaria Reale con durata fino al 7 maggio. La mostra – allestita su iniziativa della  Fondazione “Bottari Lattes” di Monforte d’Alba (ente creato nel 2009 da Caterina Bottari, vedova di Lattes, come istituzione autonoma e diversificata rispetto alla Fondazione “Mario Lattes” nata a Torino nel 2003) e realizzata con il patrocinio di Città di Torino e  Confindustria Cuneo, col  patrocinio e sostegno di Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia, col sostegno di Banca d’Alba, Banor, UnipolSai e con la  collaborazione di Lattes Editori – è stata curata da Vincenzo Gatti e Alice Pierobon, autori anche del volume di accompagnamento Mario Lattes (SilvanaEditoriale,  Cinisello Balsamo, Milano, 2023) che pure accoglie il saggio di Claudio Strinati, Mario Lattes. La forza interiore indistruttibile, la fragilità esteriore insuperabile. L’esposizione aduna dipinti, acquerelli, gouache, disegni in parte noti e in buona parte meno noti del Maestro appartenenti a ogni tappa del suo iter creativo, ma ragione di estremo interesse è, a mio avviso, la presenza di un’ammirevole serie di incisioni. L’acquaforte (in compagnia  dell’acquatinta, della punta secca, della vernice molle) fu infatti una delle tecniche più amate dall’infaticabile sperimentatore Lattes, che tenne forse un po’ più segreta e nascosta rispetto alle altre della sua manualità, magari affidandole un sentimento più intimo e sottile, un riconoscimento più commosso e confidenziale: «Mezzo figurale come la pittura, l’acquaforte è – per così dire – il suo contrario, la sua ombra» – parole, non poco rivelatrici, dell’Artista stesso.