L’uomo , per sua natura, ha sempre desiderato conoscere, sapere tutto, rendersi conto della realtà che lo circonda, in altre parole è sempre stato alla ricerca della verità: con il progresso scientifico ed il conseguente accrescimento delle proprie conoscenze in tutti i campi, l’uomo ha sempre più ridotto i margini di ciò che gli era ignoto, pervenendo, a poco a poco, alla convinzione che, prima o dopo, riuscirà a scoprire tutto ciò che ancora non è oggetto di conoscenza.
In questo delirio di onnipotenza l’uomo continua, pertanto, a non accettare che taluni grandi enigmi resteranno sempre non risolti e che il massimo grado della loro conoscenza consiste nel rendersi conto di tale obbiettiva impossibilità: tra questi, a titolo esemplificativo, vanno annoverati quelli relativi all’origine dell’universo ed alla sacra Sindone di Torino.
Sull’origine dell’universo la scienza moderna, in massima parte, fa riferimento ad un primordiale big bang: che cosa lo formasse e che cosa abbia dato origine a quell’esplosione, essa non è, però, in grado di dirlo. Improvvisamente qualcosa sarebbe scaturito o avvenuto dal nulla? Gli scienziati continuano a scervellarsi al riguardo, ritenendo, ormai quasi all’unanimità, scientificamente provato che l’universo abbia avuto un’origine, collocabile nell’ordine di circa 14 miliardi di anni fa e, contestualmente, abbia avuto inizio lo scorrere del tempo che, come anche questo dimostrato, sussiste solo in presenza di qualcosa che si muova nello spazio, come sostenuto già da Sant’Agostino nel capitolo “il tempo” de “Le confessioni”, da considerarsi, sotto questo aspetto, precursore di Albert Einstein: ma, alla domanda di che cosa avesse causato questo evento o, meglio, che cosa ci fosse un momento prima, concordemente rispondono di non essere in grado di rispondere. Invero tale domanda risulta improponibile dato che dovrebbe necessariamente farsi riferimento ad un qualcosa di esistente prima che il tempo fosse. Le facoltà mentali dell’uomo, cioè di un soggetto che vive nel tempo, non possono, infatti, essere in grado di raffigurarsi e capire un soggetto esistente fuori del tempo: solo la fede può intervenire ad indicare un soggetto con tale qualità in un Dio creatore di tutte le cose.
Accettando per fede tale conclusione, sorge, però, un’altra domanda: essendo essenzialmente tre le religioni monoteiste che credono in un Dio creatore dell’universo, quale di queste è la vera religione?
Allontanando ogni tentativo di cercare quello che c’è in comune tra le tre religioni per addivenire ad un unico credo, tentativo oggi più che mai malauguratamente possibile, che inevitabilmente porterebbe, invece, alla loro estinzione, è sempre la fede a suggerire, a tale domanda, la giusta risposta, supportata da un’attenta coscienza individuale.
Potrebbero, a tal fine, essere utili anche le seguenti osservazioni sull’altro enigma preso qui in considerazione, quello cioè della sacra Sindone di Torino.
Venendo, quindi, a parlare dell’enigma relativo alla sacra Sindone di Torino, tralasciamo, in questa sede, ogni descrizione di tale misterioso oggetto (rimandando il lettore a quanto scritto ai nn. 17, 61, 68, 69 e 77 del mio sito internet www.fedepell.it) , limitandoci all’esame degli accesi contrasti esistenti sui risultati ottenuti da tutte le numerosissime ricerche iniziate e proliferate da quando l’avvocato Secondo Pia, effettuando una fotografia del prezioso telo, scoprì che il negativo della lastra ottenuta metteva in chiara evidenza il positivo di detta immagine.
Come è noto, sulla sacra Sindone, si contrappongono fin dall’inizio, due tesi: la prima che sostiene la sua falsità, opera di qualche valente falsario (attribuendola alcuni addirittura a Leonardo da Vinci) e, l’altra, secondo la quale il sacro telo sarebbe autentico ed avrebbe avvolto il corpo di Gesù Cristo, dopo la Sua crocifissione fino alla Sua Resurrezione.
Secondo la mia modestissima opinione, entrambe le ipotesi presentano incontestabili elementi che mettono fortemente in dubbio la loro validità.
Innanzitutto l’ipotesi della pretesa falsità non sembra avere alcun fondamento per la semplice constatazione, ormai quasi universalmente accettata, che il telo presenta numerosissimi e particolarissimi elementi assolutamente irriproducibili, anche con tutte le nuove tecniche oggi a disposizione, tanto da ritenere impossibile che un tale eventuale manufatto potesse essere prodotto da qualsiasi esperto falsario del 1300 (epoca della comparsa della Sindone).
Tra le numerose sperimentazioni effettuate sulla Sindone al fine di dimostrarne la falsità merita, comunque, particolare attenzione una ricerchia, che venne anche diffusa dalla Rai, condotta dai Prof. Garlaschelli e Matteo Borrini dell’Università di Liverpool al fine di verificare la compatibilità tra le tracce ematiche presenti sulla Sindone e la posizione del corpo della persona ivi raffigurata, al momento della produzione delle ferite dalle quali ne era scaturito il sangue. Il risultato di tale indagine (che frettolosamente e senza valide motivazioni venne dichiarata inaffidabile in quanto ritenuta commissionata dalla Massoneria) metteva in evidenza l’anomalia del percorso dei rivoli di sangue riscontrata su metà delle macchie di sangue presenti sulla Sindone, inducendo, pertanto, i due suddetti ricercatori a concludere sulla sua falsità. Gli autori di questo esperimento ( non nuovi a tali iniziative) usando dei manichini avevano simulato la fuoriuscita di sangue da alcuni punti (corrispondenti alle ferite presenti nell’immagine sindonica) per osservare come si fossero formati i successivi rivoli di sangue, considerando due diverse posture dei manichini: una verticale, corrispondente alla postura di un uomo crocifisso e, l’altra, orizzontale corrispondente alla postura di un uomo morto ed adagiato nel sepolcro. Veniva, con molta enfasi, svelata la….sconvolgente scoperta! Mentre alcuni rivoli (circa la metà) risultavano, nella Sindone, compatibili con la posizione di un uomo crocifisso, tutti gli altri avevano un percorso diverso, manifestando un andamento anomalo ed innaturale e “non trovavano giustificazione con nessuna posizione del corpo, né sulla croce, né nel sepolcro” (con riferimento, in particolare, alla macchia che forma una cintura nella regione lombare e ad altri rivoli con percorso dal dorso verso il collo, non compatibili con nessuna delle due posizioni considerate); pertanto, detti rivoli dovevano ritenersi, secondo i due ricercatori, opera di un falsario con la conclusione, inevitabile, della prova della falsità della Sindone. Tale conclusione risulta, però, assolutamente priva di qualsiasi fondamento: basti osservare – particolare che non mi sembra sia stato preso in considerazione da parte di chi ha cercato di contestare l’asserita falsità della Sindone – che le ferite subite dal corpo di Gesù (dalle quali è fuoriuscito sangue, quando era ancora in vita) non sono state solo quelle inferte per la sua crocifissione (oltre a quella della lancia nel costato) ma anche quelle, molto più numerose, relative alla sua flagellazione, subita in una postura ben diversa da quelle sopra ricordate: come è noto, per tale supplizio, il condannato veniva legato ad un ceppo molto basso, (ne è la prova nel ceppo presente nella chiesa di Santa Prassede, dell’altezza di circa 40 centimetri, ritenuto quello al quale venne legato Gesù per essere flagellato) sicché il suo corpo si presentava in posizione molto arcuata, con il capo all’ingiù, per mettere bene a nudo la schiena difronte ai flagellatori. In tale posizione (del tutto ignorata dai predetti sperimentatori), pertanto, le ferite inferte sulla schiena producevano sangue che risaliva verso il collo e, quindi, in direzione opposta a quella che sarebbe stata seguita qualora il condannato fosse stato in posizione eretta, mentre il sangue fuoriuscito dalle ferite inferte in una zona centrale e più in basso della schiena necessariamente seguiva percorsi laterali verso la parte anteriore del corpo e, quindi, in direzione innaturale a quella che sarebbe stata seguita qualora il sangue fosse scaturito da un corpo disteso in posizione supina (come erroneamente ipotizzato dai due citati sperimentatori). Ma c’è di più: infatti, l’osservazione secondo la quale le impronte di alcuni rivoli di sangue presenti nella Sindone presentano un andamento apparentemente anomalo, era già stata formulata alcuni decenni addietro! Padre Ildebrando Santangelo, infatti, nel suo libro “Certezze su Gesù”, ultima edizione del 2014 (la prima è del 1992) aveva riferito che tale anomalia era stata rilevata da un illustre ematologo ricavandone, invece, una delle tante prove dell’autenticità della Sindone (per le motivazioni sopra ricordate circa la particolare postura del flagellato), dato che nessun falsario avrebbe mai commesso un tale apparente errore. Conclusione: la sperimentazione sopra descritta che tanto clamore aveva infondatamente suscitato altro non era che un’inconcludente e clamorosa bufala, da annoverarsi tra i molti vani ed, a volte, come il caso in esame, grotteschi tentativi posti in essere al fine di sostenere la falsità della sacra Sindone.
Per quanto concerne, poi, la tesi secondo la quale il telo sindonico sarebbe autentico nel senso che, oltre a non essere opera di un falsario, avrebbe avvolto il corpo di Gesù, dopo la Sua morte in croce fino alla Sua Resurrezione, sussistono notevoli ed insuperabili incongruenze che la mettono in serio dubbio sulla base delle seguenti riflessioni.
Il 31 luglio 2023, nella Chiesa di San Domenico in Chioggia, è stata aperta al pubblico la mostra internazionale “The Mystery Man” , dedicata alla Sacra Sindone di Torino che comprende l’esposizione di una scultura, realizzata in lattice e silicone, che riproduce in grandezza naturale il corpo raffigurato nel suddetto sacro telo, sfruttando le sue qualità tridimensionali. Come è noto, infatti, da diversi anni venne scoperto che l’intensità della colorazione degli innumerevoli punti costituenti l’immagine sindonica era strettamente correlata alla distanza tra la tela e l’oggetto dell’immagine, sicché si rendeva possibile, sfruttando tale sorprendente particolarità, ricostruire fedelmente il corpo ivi raffigurato: si era già nel passato cercato di realizzare tale complessa operazione, ma il risultato raggiunto non era mai pervenuto ad un tale livello di perfezione come evidenziato dal manufatto come sopra oggi esposto al pubblico. La scultura rappresenta il corpo di un uomo straziato da innumerevoli ferite (tutte corrispondenti a quelle descritte nei Vangeli sulla passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo), con il capo leggermente sollevato, le mani piegate sul davanti ed una gamba flessa che indicano una persona non morta, ma viva che stia per alzarsi.
Partendo dalla considerazione, condivisa pressoché dalla totalità dei sostenitori dell’autenticità della Sindone, secondo cui la formazione dell’immagine si sarebbe formata per proiezione del corpo sul telo (anche se con modalità non ancora ben chiare), dovendo scartare ogni altra ipotesi, la ricostruzione così come sopra realizzata con la produzione di una statua esattamente corrispondente all’immagine sindonica mette in chiara evidenza quale fosse la posizione del corpo del soggetto raffigurato nel momento dell’avvenuta ipotetica proiezione.
Deve, pertanto, necessariamente convenirsi che, in presenza di una immagine sia del davanti che del retro del corpo, al momento della suddetta proiezione, il telo sindonico, al fine di evitare qualsiasi distorsione dell’immagine, dovesse trovarsi in posizione perfettamente distesa sia sotto che sopra il corpo e che quest’ ultimo non dovesse, inoltre, giacere sul telo stesso (dato che, in tale caso, avrebbe comportato un conseguente afflosciamento dei glutei, cosa esplicitamente non riscontrata dai vari esami effettuati): il corpo sarebbe stato, quindi (come del resto esplicitamente ipotizzato dagli studiosi) da ritenersi galleggiante all’interno del telo. Inoltre, in tale veramente surreale posizione del corpo, galleggiante tra le due parti del telo, al fine di realizzare una soddisfacente stesura dello stesso, doveva intercorrere una distanza sempre uniforme tra le suddette due parti del telo e per tutta la sua estensione, almeno leggermente superiore allo spessore del corpo onde evitare qualsiasi contatto con lo stesso (che, dalle indagini effettuate, risulta sempre escluso) e, pertanto, avendo anche presente che sia il capo che una gamba appaiono leggermente sollevati, non inferiore a 20-30 centimetri, cosa assolutamente impossibile a verificarsi. Infatti, essendo l’immagine realizzata su di un unico telo (testa contro testa), si rileva, tra le due immagini contrapposte del capo, l’esistenza di uno spazio privo di immagine di soli 2 o 3 centimetri, assolutamente insufficiente a realizzare il suddetto necessario minimo distacco, attribuibile alla presenza intorno al capo di un sudario che, arrotolato su se stesso, fungeva da mentoniera al fine di mantenere la bocca chiusa (sulle modalità della sepoltura, v. un mio precedente scritto al n. 69 del mio sito dal titolo: “Cosa vide Giovanni nel sepolcro vuoto”).
Invero il corpo di Gesù, al difuori della suddetta veramente “bizzarra” quanto necessaria ricostruzione al fine di sostenere l’ipotesi dell’impressione dell’immagine per proiezione, risultava giacere nel sepolcro, avvolto dal lenzuolo sindonico e dalle sovrastanti fasce che mantenevano ben stretto il suo corpo. Come raccontato dai Vangeli, lenzuolo e fasce vennero trovati da Pietro e Giovanni afflosciati su sé stessi, in quanto privi del corpo di Gesù che contenevano, nella stessa posizione nella quale si trovavano all’atto della sua sepoltura: inoltre, il telo sindonico, come solo successivamente accertato, non presenta la benché minima sbavatura delle macchie di sangue, circostanza che attesta come il corpo di Gesù si sia smaterializzato e, quindi, scomparso da detti bendaggi, senza che gli stessi siano stati minimamente rimossi da qualcuno (anche su tale argomento v. lo scritto su richiamato).
Quanto sopra sembra sufficiente ad escludere l’ipotesi che l’immagine sindonica si possa essere prodotta per proiezione per l’obbiettiva impossibilita del verificarsi di quelle necessarie ma irreali ed irrealizzabili condizioni sopra descritte (galleggiamento del corpo di Gesù tra le due parti dell’unico telo, sufficientemente distanti fra loro).
Ma c’è di più. Come risulta descritto dai Vangeli, il corpo di Gesù, dopo la Sua morte in croce, venne ravvolto da un “candido lenzuolo” (inequivocabilmente identificabile con il telo sindonico) e così trasportato dal Golgota al sepolcro, distante circa 50 metri: è facile presumere che in tale tragitto (anche se abbastanza breve) detto lenzuolo si sia inevitabilmente macchiato di sangue per le innumerevoli ferite e lacerazioni che ricoprivano tutto il suo corpo e così sia rimasto ed utilizzato per la sua sepoltura, avvenuta in fretta per le note esigenze imposte dalla religione ebraica in quel dato momento.
In tale incontestabile situazione, l’impressione dell’immagine sindonica, nell’ipotetica modalità sopra descritta si sarebbe prodotta su di un telo non più “candido”, bensì già ricoperto da macchie di sangue (con conseguenti sbavature determinate dall’inevitabile sfregamento del corpo in occasione del suddetto tragitto) rendendo, in tal modo, sicuramente indecifrabile l’immagine: l’accurato esame del telo sindonico effettuato per decenni da parte degli innumerevoli studiosi non ha mai constatato, comunque, l’eventuale suddetta sovrapposizione.
In tale situazione sembra che, nell’affannosa ricerca delle cause che hanno generato l’immagine sindonica, non resti altro che un’unica possibile ipotesi: quella del miracolo. Tale conclusione comporta, inevitabilmente, l’impossibilità di ritenere che il telo di Torino possa coincidere con quello che avvolse il corpo di Gesù, dopo la Sua crocifissione.
Sarebbe stato, pertanto, Gesù stesso, al fine di lasciare un segno tangibile della sua Passione, Morte e Resurrezione, ad imprimere sul lenzuolo sindonico (così come risulta sulla Sacra Sindone di Torino) la propria immagine, unitamente ad una lunga serie di ulteriori segni informativi su quanto era accaduto, molti dei quali non immediatamente percepibili e, forse, ancora da scoprire. D’altra parte, a chi gli chiedeva di “vedere un segno” di tutto quello che diceva, Gesù stesso rispose: “una generazione perversa ed adultera pretende un segno. Ma nessun segno sarà dato, se non il segno di Giona profeta” (Mt. 12: 38-4).
Va, infine, notato come, riconoscendo che quanto raffigurato su quel telo vada ascritto ad un intervento sovrannaturale, ciò non ne diminuisca affatto il suo incommensurabile valore dato che, invece, per l’esatta corrispondenza di quanto ivi rappresentato con la narrazione dei Vangeli, costituirebbe una straordinaria, unica, decisiva ed esclusiva testimonianza (che nessuna altra religione possiede) da custodire gelosamente che il Gesù reale, il Gesù storico in senso vero e proprio è proprio il Gesù dei Vangeli, quella Persona, cioè (unica al mondo in tutti i tempi) che di sé ha potuto dire: “io sono la Via, la Verità, la Vita”.