Il baldo direttore del Centro Gobetti non finisce  mai di stupire. Adesso ci dà lezioni sullo spirito del Martinetto, facendone una descrizione geografica e pseudo storica. Va bene che anche lui scriva del Martinetto perché a 81 anni dalla morte gloriosa del Gen. Giuseppe Perotti e degli uomini del Comitato Militare del CLN Piemontese è giusto che a tutti indistintamente sia garantito il diritto di scrivere liberamente. Ma due cose non dovrebbero essere permesse al direttore: ignorare in primis il racconto straordinario di Valdo Fusi “Fiori rossi al Martinetto” che esprime come nessun altro lo spirito di quel tragico evento a cui egli stesso partecipò come testimone straordinario e quasi vittima predestinata. Il libro di Fusi è uno dei più belli della Resistenza che travalica la politica e gli odi, rivelando il patriottismo senza retorica delle vittime fucilate al Poligono nel 1944. Ebbe la prefazione di Alessandro Galante Garrone e poi di Marcello Maddalena. Come curatore di quel libro sono indignato dell’oblio riservato ad esso.

Il direttore evidentemente non sa o non vuol sapere, chiuso come è nel suo settarismo politichese chi sia stato Valdo Fusi moto nel 1975.  Quegli uomini del Martinetto gridarono viva l’Italia, un grido geneticamente estraneo a certo culturame, come avrebbe detto Mario Scelba che conobbe da vicino il clima post resistenziale comunista. Quegli uomini erano innanzi tutto dei patrioti, altra parola estranea al culturame. Ma giungere a dimenticare  anche il nome di un eroe sublime come il capitano Franco Balbis, medaglia d’oro al Valor militare, appare un oltraggio alla Resistenza e a tutti i Martiri del Martinetto. Il capitano Balbis reduce di El Alamein camminò sulla via dell’onore come gli riconosce Aldo Cazzullo, restituendo dignità ed onore all’Esercito italiano come Perotti e Montano.