Si tratta di un progetto di cui si parlava da anni, senza proposte concrete volte a risvegliare realmente l’attenzione su una pagina importante  e dimenticata di storia italiana. Il Centro Pannunzio fu in prima fila a proporre il ripristino della festa e a contrastare una targa all’Altare della Patria in onore dei disertori di guerra che riuscimmo a bloccare in extremis. Il Senato della Repubblica in tempi brevi ha varato in questa legislatura il ritorno del IV novembre a festa nazionale. Fu il governo di solidarietà nazionale presieduto da Andreotti ad eliminare  nel 1977 la festa del IV novembre. Era la festa della Vittoria e la stessa denominazione dava fastidio ai catto-comunisti,  ostili al Risorgimento di cui la Grande Guerra rappresentò il coronamento con Trento e Trieste e i territori del confine orientale. Era la vittoria del 4 novembre 1918, una data di pace. Neppure per il centenario nel 2018 il governo ripristinò la festa. Può anche  continuare ad essere festa dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, ma  essa è soprattutto la festa in cui gli Italiani onorano il tricolore  che sventolò sul campanile di San Giusto a Trieste e sul castello di Trento dove  venne ucciso il patriota Cesare Battisti insieme ad altri irredenti. Con il ripristino della festa del 4 novembre sarà possibile riprendere nel modo più adeguato il ricordo di una data che unì tutti gli Italiani dopo la sconfitta di Caporetto. Non si tratta  ovviamente di essere militaristi perché ricordare i Caduti in guerra al suono della “Leggenda del Piave” non rappresenta nessuna forma di  bellicismo. Nessuno come chi  ha combattuto nelle diverse  guerre, ha maledetto le guerre, certamente molto più di chi nelle retrovie sabotava a parole la guerra o addirittura con atti eversivi nell’agosto torinese del 1917 tentò una sorta di  piccola rivoluzione russa che cercò di fare in grande nel dopoguerra, durante il quale i decorati al Valor Militare e persino gli invalidi erano pubblicamente dileggiati. Questo clima disfattista favorì la nascita dei fasci italiani di combattimento. Malgrado nel novembre 1921 il treno che traferì da Aquileia a Roma la salma del Milite sembrò far superare agli Italiani odi e divisioni, il miracolo di una unità nazionale recuperata durò pochissimo e nelle piazze continuò una vera e propria guerra civile. Chi è vissuto nel fango delle trincee o sulle altitudini ghiacciate delle Alpi e patì  la durezza della guerra, spesso affrontando il sacrificio della vita, non poteva essere né oltraggiato né dimenticato. Onorare i caduti è e resta  un dovere civile. Onoriamo i caduti di tutte le guerre e di tutti i fronti, ma nel rispetto della storia storia nazionale che trovò il suo punto più alto nel 4 novembre con l’esercito austro-ungarico in fuga dopo tre anni di guerra con esiti alterni. L’Italia fu dopo la Vittoria una grande potenza vincitrice di cui andare orgogliosi anche oggi in cui vediamo il nostro futuro in una Europa pacifica e unita.