Manzoni e la storia

È noto a tutti che Manzoni si preoccupò di dar vita a personaggi di cui non si occupano gli storici di professione. Così focalizzò la sua attenzione su due “tipi” di popolani, Renzo e Lucia, “protagonisti” del suo celebre romanzo, dando prova di saper scendere fin nel dettaglio di una realtà quotidiana senz’altro diversa dalla sua.

In realtà Manzoni è anche autore di un testo che è frutto di una ricerca da lui condotta. Si tratta della Storia di una colonna infame, opera che oggi si definirebbe di “microstoria”, andando lo scrittore a raccontare di personaggi veramente anonimi con una cura che gli fa onore. Con la Storia di una colonna infame, Manzoni si fa capofila di un genere che, nel campo degli studi storici, è venuto definendosi dal secondo dopoguerra in avanti. Quando gli strumenti di ricerca son venuti affinandosi e, a parte le fonti, oggi reperibili in parte su internet, lo storico sa di poter contare su testimonianze rintracciabili su giornali d’epoca, epistolari, cronache giudiziarie.

In fondo la ricostruzione che nella sua breve ma documentata ricostruzione del processo istruito su alcuni milanesi sospettati d’essere untori e perciò mandati a morte, è una vicenda del genere. Né la cosa può meravigliare. Veramente gli atti dei processi penali sono interessantissimi, al punto da non stupire che uno dei primi passi compiuti nella ricostruzione di una microstoria riguardi un processo a sospetti “untori”.

Non mi meraviglierei se mi dicessero che Luigi Amabile (1828 – 1892), primo storico dei processi intentati a Campanella (vedere il suo Fra Tommaso Campanella. La sua congiura. I suoi processi e la sua pazzia, in tre poderosi volumi) abbia tratto ispirazione, per il suo lavoro, dalla Storia della colonna infame di Manzoni. Sicuramente Amabile aveva letto i Promessi Sposi, perché accenna al romanzo proprio nel primo volume dell’opera citata, a proposito del personaggio di fra Cristoforo, asserendo – forse per zelo di storico – che “il fra Cristofaro del Manzoni, in tempi non molto lontani da quelli del Campanella, fu veramente un riflesso della bella anima dello scrittore” (Prefazione, § 3). è giudizio che non credo possa pienamente condividersi ma che certo fa di Manzoni un antesignano di un modo risoluto di scavare nella memoria storica, con la prudenza di accostare al vero il verosimile. Lo stesso può dirsi di Nino Tamassia (1860 – 1931) che, nel suo La famiglia italiana nei secoli XV eXVI fa in più occasioni riferimento a casi giudiziari dell’epoca esaminata.

Migliavacca, chi era costui?

Venendo allo studio condotto da Manzoni, va detto che lo scrittore tiene a trar fuori dall’anonimato diversi poveri infelici vittime di una giustizia profondamente ingiusta.

Il nome che ha più risalto è del tutto giustificatamente quello dell’arrotino Gaspare Migliavacca, Stando alla ricostruzione dei fatti, cercandosi un qualche capro espiatorio con lo scopo di ridurre l’ira popolare, alcuni sotto tortura e non resistendo al dolore, avevano fatto dei nomi di possibili complici. È Alessandro Manzoni, a riportare dagli atti del processo le parole di quell’infelice che “furon tutte meglio che da uom forte; furon da martire”. E prosegue:

Non avendo potuto renderlo calunniator di sé stesso, né d’altri lo condannarono (non si vede con quali pretesti) come convinto; e dopo l’intimazione della sentenza, l’interrogarono, come al solito se aveva altri delitti, e chi erano i suoi compagni in quello per cui era stato condannato. Alla prima domanda rispose: io non ho fatto né questo, né altri delitti; et moro perché una volta diedi d’un pugno sopra d’un occhio a uno, mosso dalla collera. Alla seconda: io non ho alcuni compagni, perché attendevo a far li fatti miei; et se non l’ho fatto, non ho neanche havuto compagni. Minacciatagli la tortura, disse: V. S. facci quello che vole, che non dirò mai quello che non ho fatto, né mai condannarò l’anima mia; et è molto meglio che patisca tre o quattro hore de tormenti, che andar nell’inferno a patire eternamente. Messo alla tortura, esclamò nel primo momento: ah. Signore! Non ho fatto niente sono assassinato. Poi soggiunse: questi tormenti forniranno presto, et al mondo di là bisogna starvi sempre.Furono accresciute le torture, di grado in grado, fino all’ultimo, e con le torture, l’istanze di di la verità. Sempre rispose: l’ho già detta; voglio salvar l’anima. Dico che non voglio gravar la conscienza mia. Non ho fatto niente. (A. Manzoni, Storia di una colonna infame, 1843)

Per chi abbia qualche confidenza con l’opera di Manzoni e con gli usi della scrittura del tempo, si comprende come il corsivo, a cui lo scrittore ricorre, siano parole veramente pronunciate dal condannato, contenendosi la narrazione del suo dramma in quei brevissimi stacchi, tra una dichiarazione e l’altra che sono agili, impersonali e apparentemente freddi raccordi di dichiarazioni d’innocenza, a questo punto commoventi. E che sicuramente commossero lo scrittore che le raccolse dai verbali del processo e le raccontò.

Ricorrono centocinquant’anni dalla morte di Manzoni scomparso nel 1873. Lo scrittore è giustamente celebrato per il suo spirito civico, di cui mi pare evidente testimonianza il fatto d’aver tratto dall’oblio una bella figura di eroe, come è quella di un uomo tranquillo e onesto che vive del proprio lavoro e, grazie a un senso di civiltà che invece mancò ai suoi aguzzini, accecati dal mito di una ragion di Stato che uccide la società civile, trova il coraggio necessario a spezzare la catena delle denunce estorte a forza con la tortura. Gaspare Migliavacca, per restare uomo virtuoso, affrontò la morte e l’ignominia. Infatti la sua casa fu demolita, sul luogo dove essa sorgeva sparso il sale ed eretta una colonna d’infamia. L’uomo lasciò, suo malgrado, una pessima memoria di sé a parenti e conoscenti che, come in tanti casi succede, giunsero a rinnegarlo. Non sappiamo.

Da una ricerca effettuata su internet non risulta sia mai stata aperta una via in memoria di questo martire dell’Inquisizione. Non una via, non una piazza, non un largo. Forse sarebbe il caso di provvedere a restituire a un giusto quanto gli spetta, almeno nei termini di un omaggio alla memoria. Credo che Alessandro Manzoni approverebbe.