Camillo Olivetti è stato sostenitore, presidente e attualmente era presidente emerito del Centro Pannunzio. La sua è stata una presenza discreta ma incisiva. Camillo Olivetti, mancato a Milano dove  viveva da molti anni con l’amatissima Giulia Radaelli e dove ogni giorno giocava a Golf dopo una vita passata ai vertici industriali; era il pronipote del fondatore della Olivetti, Camillo. A volte era bonariamente  infastidito con chi  lo confondeva con il prozio, specie  quando ricevette ad Ivrea Giovanni Paolo II in fabbrica. Non osarono andare De Benedetti o Colaninno ma fu Olivetti a rappresentare il volto bello di un’azienda che altri stavano affossando. Figlio di Arrigo e di Elena Olivetti, era cugino di Adriano, era stato nella direzione generale  della “ Olivetti “ e poi ,dopo l’allontanamento della famiglia dall’industria di Ivrea, era stato presidente della Fergat, avendo dimostrato la saggezza di ritirarsi a vita privata almeno vent’anni fa. Era un Olivetti ma non si può dire che abbia seguito pedissequamente  le idee della famiglia perché Camillo ebbe sempre il coraggio di scelte difficili e anticonformiste, liberali e anticomuniste. Le sue idee non era vicine a quelle di Adriano perché Camillo fin da giovane seguì una sua strada autonoma rispetto alle tradizioni famigliari. Inizialmente percepii che non aveva una gran simpatia per me e per i miei giovani amici Castelli, Bassani, Puliatti e Curione, confondendoci con i molti postulanti che si rivolgevano per aiuti a suo Padre. Poi capì subito la serietà di intenti del Centro Pannunzio. Ricordo il momento solenne quando nel 1988 Torino dedicò una via a suo Padre Arrigo, un episodio eternato da una bella foto appesa alla sede del Centro Pannunzio. Fui io l’oratore ufficiale insieme al Sindaco Magnani Noya e all’assessore Lodi. Ci conoscemmo  alla fine degli  Anni 60 a Villa Luisa dove viveva  ad Ivrea suo padre, ma il nostro rapporto diventò più vero dal 1994 quando ricordai ai funerali la sorella Luisa dedita  personalmente ad opere di  quotidiana beneficienza. Anche qui due fratelli molto diversi tra loro, Luisa che era ai limiti della trasandatezza e Camillo sempre elegantissimo nei suoi doppi petti  gessati di fattura anglosassone. Poi ho scoperto che  anche Camillo sosteneva un ente di beneficienza ,ma non voleva darlo a vedere. Per anni aveva abitato a Ivrea e nel Canavese si dilettava ad andare a caccia. Accettò di diventare presidente del Centro Pannunzio in un momento molto difficile per la cultura e per il Centro medesimo. Accettò più per l’amicizia che si era creata negli anni con ,me che per il legame storico con la sua famiglia. Fu un presidente che difese il pluralismo del Centro e la sua dignità come quando nel 2010 si oppose, vincendo la battaglia, al tentativo di emarginare il Centro dalle manifestazioni ministeriali per il centenario. Fu durissimo con i vari sedicenti pannunziani romani e fiorentini ,offrendosi di sostenere lui da solo le spese per il centenario Pannunzio. Propose insieme a me al ministro dei Beni culturali di devolvere la somma stanziata per Pannunzio all’Abbruzzo terremotato , terra di origine della famiglia paterna del  direttore del “Mondo “. I finti pannunziani dell’ultima ora si dissolsero come neve al sole perché senza contributi statali non fecero nulla di ciò avevano in programma .A reggere il centenario fu il solo Centro “ Pannunzio “ e il suo presidente Olivetti che certo non si lasciò intimidire da nessuno. Camillo sapeva cogliere il bello della vita e aveva un innato senso dell’ironia. Viveva a Milano, godendo dell’amore  intenso della sua Giulia, del conforto di una cerchia ristretta di amici, dei viaggi e dei soggiorni a Cannes. Per anni si era rifiutato di usare internet, poi si adeguò perfettamente alla nuova tecnologia. La Olivetti aveva creato il primo pc italiano – gli dissi – e  un Olivetti non poteva sottrarsi . Per anni abbiamo comunicato con i messaggini . Era un uomo aperto  che ad alcuni poteva sembrare anche altezzoso ma credo che la sua fosse una forma di riservatezza, forse un po’ timida e aristocratica che lo caratterizzò fin da giovane. Con lui il Centro Pannunzio perde una colonna portante e tutti dobbiamo essere grati al secondo Olivetti della nostra storia per aver donato la sua amicizia.