In occasione del settimo centenario della nascita del Sommo Poeta (1965), Edoardo Sanguineti ebbe a  scrivere: «Incominciamo con l’ammettere che, almeno da noi, dopo la lettura lirica del Croce, in occasione dell’altro centenario, quello della morte, nel ’21, non si è più avuto un tentativo altrettanto organizzato, e altrettanto organicamente concepito, e filosoficamente e ideologicamente fondato, di interpretazione della Commedia, per non parlare, al momento, del Dante minore. Si capisce che, in poco meno che un cinquantennio di studi, la situazione è assai profondamente mutata, e le linee esegetiche sono alquanto diverse, ma resta il fatto che a poter opporre, con piena evidenza, un progetto critico capace di rappresentare una vera alternativa, in fondo, non si è giunti ancora, né l’anno che corre, per quel che è dato prevedere a stagione ormai inoltrata, sembra in grado di prometterla davvero»[1]. Riconoscimento intelligente e ammirevole da parte di un formidabile studioso dantesco (oltre che critico genialissimo nella scia autonomamente seguita del sociologismo struttural-marxista di Lucien Goldmann) quale fu lo scrittore genovese. E se acqua sotto i ponti ne è passata dal 1921 al ’65, figuriamoci dal ’65 ad oggi. Tuttavia, a riprova dell’importanza delle pagine crociane, sta, se non altro, la ristampa (2021) promossa dalle edizioni Bibliopolis del volume La poesia di Dante, a cura di Giorgio Inglese e con una nota di Gennaro Sasso. Il libro, che con accorta scansione cronologica veniva a concludere la serie degli ampi studi monografici dedicati ai grandi poeti europei (Goethe, 1919; Ariosto, Shakespeare e Corneille, 1920), costituì una vera bomba esplodente nel cosmo della bibliografia dantesca, facendo piazza pulita (o cercando di far piazza pulita) di una plurisecolare tradizione di commenti e interpretazioni di carattere erudito, retorico, accademico, scolastico (non priva peraltro di utilità e importanza non trascurabili) che all’occhio crociano avevano il torto imperdonabile di non cogliere il pregio più alto della scrittura di Dante, cioè appunto la poesia. Ma qui occorre intervenire e avvertire fin da súbito che la lettura di Croce necessita di ben precise avvertenze e misure precuzionali, senza le quali potrebbe rischiare (anzi rischia senz’altro) di danneggiare più che favorire la causa dantesca.

Com’è noto, nella crociana Vita dello Spirito il primo grado della forma teoretica è costituito dall’Estetica (conoscenza dell’individuale o intuizione)[2] e in questo àmbito la speculazione del filosofo “napoletano” ha rappresentato un’altissima esperienza innovatrice di respiro e influenza internazionale. Ma, senza negarne i meriti inobliabili, non sempre felici, centrati o azzeccati sono stati gli approdi del Croce critico letterario. Nel senso che più di una volta la concezione teorica del  filosofo ha inceppato o ingabbiato la libera estrinsecazione del critico, interprete di gusto sicuro  e squisita sensibilità ma troppo prigioniero del suo dogma poesia-non poesia. E se è vero che, in ultima analisi, cómpito finale del critico è sceverare ciò che è “bello” da ciò che è “brutto” (o, detto in altri termini, ciò che è “valido”, è “riuscito”, da ciò che non ha conseguito un risultato di valore e di riuscita: ma commisurato con quali parametri, su quale scala di valori?), è pur vero che quella che Croce definisce «poesia» (il carattere, cioè, dell’opera letteraria, poetica o prosastica, riuscita, dove l’intuizione ha raggiunto i più alti culmini espressivi, artistici) nel suo orizzonte critico finisce con l’avere una spazio eccessivamente esiguo rispetto a quanto egli giudica oratoria, messaggio pratico, ipertrofia sentimentale, necessità costruttiva, struttura. Una tal chiave di lettura è destinata all’insuccesso proprio di fronte a un’opera come la Commedia, in ordine alla quale non si possono adottare criteri astratti ed aprioristici (di fuorviante derivazione romantica, cioè desanctisiana) di discriminazione tra poesia e non poesia. La Commedia dantesca è il racconto di una visione, il cui contenuto «è lo stato delle anime dopo la morte, secondo la fondamentale bipartizione fra dannati ed eletti, questi ultimi, poi, divisi a loro volta fra i purganti e i beati; e la visione stessa si dispone come un viaggio di conoscenza e di esperienza attraverso l’inferno, il purgatorio e il paradiso fino alla visione conclusiva di  Dio»[3]. Che poi il “viaggio” lo si voglia considerare la sublimazione di una cronaca “realistica”, o invece un itinerario simbolico, allegorico, teologico, mistico, figurale di stampo biblico vetero o neotestamentario, magico-iniziatico, favoloso, politico o come si preferisca, sotto ogni prospettiva ha un andamento indiscutibilmente ascensionale e la “struttura” si identifica ferreamente con la sua esistenza; similmente, non è corretta una lettura che presupponga una gerarchia di importanza tra personaggi o episodi, perché tutti contribuiscono alla calcolatissima costruzione dell’organismo complessivo.

È facile comprendere come un accostamento di forte accensione romantica, che privilegi la passione più che la riflessione, che ammiri la personalità più esuberante, sanguigna, titanica (specie nell’oltranza del peccato e della trasgressione) – ma non era a questo che mirava il Poeta – finisca col penalizzare soprattutto la qualità poetica, quindi la comprensione, del Purgatorio e del Paradiso. Se è vero che Croce, oltre che fornire letture di assodata autorevolezza nei momenti migliori, ha meritamente contribuito a scrostare la Commedia di tutto quell’orpello erudito retorico antiquario politico patriottico clericale che la ricopriva (ma, ancora, attenzione a non gettar via il bambino con l’acqua sporca), è pur vero che le coeve interpretazioni allegoriche e mistiche di Giovanni Pascoli (Minerva oscura. Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante, 1898; Sotto il velame. Saggio di un’interpretazione generale del poema, 1900; La mirabile visione. Abbozzo di una storia della Divina Commedia, 1902) sono affondi di altissima fecondità cognitiva, anche se non sempre di facile comprensione o di pacifica condivisione, così come gli studi diLuigi Pietrobono (Il poema sacro, 1915; Dal centro al cerchio, 1923; Saggi danteschi, 1936; Nuovi saggi danteschi, 1955) hanno costituito in quegli anni un valido strumento per una lettura assolutamente unitaria della Commedia: «In polemica col metodo positivistico e col metodo estetico, il Pietrobono riconosce l’unità poetica della Commedia nella sua unità spirituale: non che costituire un’intelaiatura di astrazioni sovrapposte alla poesia, la struttura concettuale del poema è essa stessa poesia, così come le allegorie, da leggersi non come simboli ma come metafore continuate, esprimenti da sé il concetto, sono le forme grazie alle quali può manifestarsi la creazione fantastica. Le opere minori (specialmente le Rime, il Monarchia, la Vita nuova) sono intese come un preludio del cammino del poeta alla ricerca di Dio, e indagate quindi alla luce della Commedia»[4]. Seguendo, per altre vie, le metodologicamente ed esteticamente innovative ed euristiche intuizioni di Ezra Pound (Dante, in The spirit of romance, 1910; Inferno [1934], in Literary Essays of E. P. , 1968) e T. S. Eliot (The sacred wood, 1920; Dante, 1929), Giovanni Getto rimosse radicalmente la distinzione crociana tra poesia e struttura (Aspetti della poesia di Dante, 1947) nel conferire piena legittimità poetica al Paradiso proprio riconoscendo nell’elemento teologico («intuizione del divino») una autentica mistica sostanziale materia ispiratrice e non un freno intellettualistico o una barriera meramente dottrinale. La lezione gettiana ha fecondamente agito sugli allievi (Edoardo Sanguineti, Giorgio Bàrberi Squarotti, Angelo Jacomuzzi, ognuno dei quali ha comunque elaborato un proprio originale e personale approccio dantesco) e sugli allievi degli allievi, non insensibili, nelle loro individualità, alle grandi acquisizioni del dantismo americano del dopoguerra (Charles Southward Singleton, Francis Fergusson, Robert Hollander). 

Anche nel campo dei commenti, almeno a partire da quello di quasi istituzionale riferimento di Natalino Sapegno (1955-57), che alcuni vogliono un po’ datato e impolverato ma che riteniamo ancora imprescindibile, la cura precipua è stata quella di considere la Commedia nella sua globalità di organismo vivente e non un séguito di episodi “poetici” e altri “non poetici” (dottrinali, etici, politici) o una rassegna dove si alternano protagonisti e comparse. Al di là di questa esigenza criticamente non eludibile ci piace ricordare che il più bel commento della Commedia dal punto di vista estetico e artistico (non storico, filologico, documentale) rimane quello, sensibilissimo, del non crociano Attilio Momigliano (1946-51). 

Ma Don Benedetto non va né cancellato né demonizzato. Il suo studio dantesco del 1920-21 fu un’opera comunque rivoluzionaria per i tempi ed è troppo facile vederne ora i limiti. Come sempre (o almeno spesso) è opportuno storicizzare, operazione che dovrebbe riuscire comunque gradita a uno storicista quale egli fu. E la ristampa 2021 del volume è da accogliersi come necessario e doveroso omaggio a un imperituro gigante della cultura.  


[1]Edoardo Sanguineti, Il realismo di Dante, Sansoni Editore, Firenze 1966, p. 3.

[2]Titoli fondamentali in materia: Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, 1902; Problemi di Estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, 1910; Breviario di Estetica, 1913; La poesia: introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, 1936; oltre a innumerevoli saggi in raccolte pluridisciplinari.

[3] Giorgio Bàrberi Squarotti, Storia della civiltà letteraria italiana, diretta da G. B. S., I/1, Dalle Origini al Trecento, Utet, Torino 1990, p. 461.

[4]Maria Pia Ratti, Storia della civiltà letteraria italiana cit., p. 500.