Comunemente Francesco Ruffini (1863-1934) è ricordato per il suo rifiuto di sottostare al giuramento imposto da Mussolini ai docenti universitari. Con il regio decreto emanato l’8 ottobre 1931, egli è tra i dodici ordinari su 1250 che si rifiutano di piegarsi al dittatore fascista, perdendo la cattedra universitaria e la possibilità di chiedere la pensione anticipata. In una lettera del 16 settembre 1933 ad Arturo Carlo Jemolo manifesta l’amarezza per la solitudine trascorsa nella sua abitazione di Borgofranco d’Ivrea, dopo la costrizione di lasciare la casa di Torino[1].     

    Malato e in età avanzata Ruffini vive ancora tre anni, durante i quali continua la sua lotta contro le leggi liberticide imposte dal Regime fascista. Come giurista e storico egli non può permettere che siano calpestati i valori liberali, che con grande passione difende in numerosi scritti. Il suo anelito alla difesa della libertà comincia agli albori del XX secolo con il volume intitolato La libertà religiosa del 1901[2] e prosegue fino alla sua ultima pubblicazione su Alessandro Manzoni[3].

    Formatosi alla scuola di Cesare Nani (1848-1899) e di Giovanni Castellari (1848-1908), Ruffini assorbe quella lezione di libertà che caratterizza tutta la sua vita, dotata – come si legge in un ricordo di un suo allievo – «di dirittura morale, disinteresse, fervente amor patrio e largo spirito umanitario, che […] dovevano procurargli anche al di fuori e al di sopra delle cerchie accademiche e politiche l’universale estimazione»[4].

    L’8 ottobre 1922 Ruffini partecipa al congresso costitutivo del Partito liberale a Bologna, dove presenta il programma di politica religiosa, che così definisce l’argomento: «Rispetto assoluto del sentimento religioso sulla base dell’uguaglianza tra i vari culti e della libertà della Chiesa nell’ambito della sovranità dello Stato»[5]. Più che alla tradizione liberale di Camillo Benso di Cavour (1810-1861), di cui è un attento studioso, Ruffini si avvicina alle riflessioni di Luigi Luzzatti (1841-1927) e al suo volume sulla libertà scientifica[6]. La sua visione liberale, peraltro criticata in modo superficiale da Antonio Gramsci (1891-1937), contiene non poche riserve sull’attività politica di Giovanni Giolitti (1842-1928), di cui critica le sue posizioni sul Mezzogiorno d’Italia per il comportamento clientelare durante le elezioni[7].

    Come docente nell’Ateneo torinese Ruffini svolge un’azione culturale, che si concretizza in un fervido impegno politico, in’intensa attività giornalistica e in una vasta opera che culmina nel volume sui Diritti di libertà (1926)[8]. In questo volume Ruffini traccia un profilo storico dei rapporti istituzionali tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, riconoscendo a quest’ultima una posizione eccezionale che, come depositaria di antiche tradizioni e come sede del papato, necessita di un jus singulare. Nella carica di senatore e ministro dell’Istruzione Pubblica durante il governo Boselli (18 giugno 1916 – 30 ottobre 1917), egli propone una sistemazione nuova dei rapporti tra Stato e Chiesa, che non viene attuata per la grave situazione bellica.

    Nel saggio Guerra e riforme costituzionali (1920), Ruffini tratta i problemi fondamentali del bicameralismo e propone una riforma del Senato secondo i più avanzati principi costituzionali. Egli indica così una nuova strada per rendere moderna la struttura dello Stato non solo riguardo al diritto ecllesiastico, ma anche in altri settori come la tutela della proprietà intellettuale e dei diritti delle opere artistiche e letterarie[9]. Tuttavia l’opera più significativa, grazie alla quale il suo nome acquista vasta risonanza a livello internazionale, riguarda la libertà religiosa, su cui scrive pagine di grande intreresse storico, riuscendo a coniugare impegno culturale e attività politica. Di fronte alla discriminazione fra la Chiesa e gli altri culti reagisce con fermezza nell’aula del Senato, dove nel 1923 si oppone all’editto che privilegia la religione cattolica e penalizza le minoranze religiose. 

    Le riflessioni di Ruffini sono riconducibili ad analisi storiche di largo respiro, che presentano un quadro esaustivo dal Medioevo fino ai tempi più vicini alla sua attività culturale. Un aspetto che è ben colto da Arnaldo Bertola, laddove scrive che «l’idea della libertà religiosa, risalente ai padri della Chiesa del periodo delle persecuzioni e ai filosofi pagani, e affermata nel medio evo da Marsilio da Padova, fu essenzialmente ripresa ad opera dei riformatori italiani facenti capo al movimento sociniano, che, emigrati, portarono il loro senso religioso più largo, umano, tollerante, in contrasto coll’intransigenza e col fanatismo delle sètte luterane e calviniste»[10].      

    Negli anni 1923-24 Ruffini conduce una solitaria battaglia contro la Legge Acerbo e conto quella sulla sospensione governativa degli impiegati dello Stato «in caso di incompatibilità con le direttive politiche del governo». Il suo impegno maggiore è profuso nella difesa dei «diritti di libertà», come sarà denominato il volume ricordato e pubblicato da Piero Gobetti. Proprio in quel libro Ruffini lancia un vigoroso appello a tutti i cittadini: «Si sta scavando la tomba dello Stato liberale, perché si oppongano alle leggi inique contro la libertà di stampa, di associazione e di insegnamento»[11].

    La morte di Gobetti, avvenuta a Parigi il 15 febbraio 1926, riempie di tristezza l’animo di Ruffini, che considera la perdita del giovane «discepolo» un oltraggio alla libertà per la sua «vita esemplare» e per la dedizione agli studi tanto da considerarlo un vero «maestro»[12].

    Nei suoi discorsi al Senato, Ruffini denuncia più volte il volto autoritario di Mussolini, le sue velleità imperialiste, l’asservimento del Guardasigilli Alfredo Rocco e il nazionalismo di Luigi Federzoni. Ma non manca di criticare i «transfughi del liberalismo», che rinnegano al primo urto la fede nella libertà. Nella prefazione alla sua opera maggiore sul Manzoni, Ruffini richiama «il rispetto di ogni fede» e sottolinea la consapevolezza che i problemi spirituali, seppure siano lontani dalle convinzioni comuni, non devono essere trattati con indifferenza, ma «con la più profonda reverenza e quasi con intimo tremore»[13].

    L’ultimo discorso, pronunciato il 12 maggio 1928, è critico verso il disegno di legge governativo diretto a riformare in senso autoritario la legge elettorale per la Camera dei deputati. Nel 1929 non può intervenire al dibattito sul Concordato, ma in uno dei suoi ultimi articoli critica in modo aspro la legge sul matrimonio come termine finale dell’equilibrio fra Stato e Chiesa, baluardo della civiltà liberale.


    [1] Cfr. Un ventennio di corrispondenza Ruffini-Jemolo. Libertà religiosa e valori civili fra il 1912 e il 1932, a cura di Giovanni Zanfarino, in «Nuova Antologia», dicembre 1990, n. 4, pp. 427-445.

    [2] F. Ruffini, La libertà religiosa, Fratelli Bocca, Torino 1901. L’opera fu tradotta in inglese nel 1912 e in russo nel 1914. Essa è stata ristampata con una pregevole introduzione di A. Carlo Jemolo (Feltrinelli, Milano 1967).

    [3] F. Ruffini, La  vita prodigiosa di Alessandro Manzoni, Laterza, Bari 1931.

    [4] A. Bertola, La vita e l’opera di Francesco Ruffini, Unione-Tipografico-editrice torinese, Torino 1949, p. 8.

    [5] Sulla partecipazione di Ruffini cfr. Il Congresso di Bologna per l’organizzazione delle forze liberali. Un programma di libertà economica e politica, in «Corriere della Sera», 9 ottobre 1922, a. 47, n. 242,  pp. 1-2.

    [6] L. Luzzatti, La libertà di coscienza e di scienza. Studi storici costituzionali, Fratelli Treves, Milano 1909; F. Ruffini, La giovinezza del Conte di Cavour, Fratelli Bocca, Torino 1912; Id., Ultimi studi sul Conte di Cavour, Laterza, Bari 1936.

    [7] Per le posizioni di A. Gramsci su Ruffini l’unica nota interessante si ritrova nei Quaderni del carcere, vol. IV, Einaudi, Torino 1975, p. 2556.

    [8] F. Ruffini, Diritti di libertà, Gobetti, Torino 1926. Venti anni dopo l’opera fu ristampata con il medesimo titolo e «con introduzione e note di Piero Calamandrei»; cfr. Id., Diritti di libertà, La Nuova Italia, Firenze 1946. Sull’attività politica e giornalistica cfr. F. Ruffini, Discorsi parlamentari, Senato della Repubblica, Roma 1986; Diritti delle coscienze e difesa delle libertà: Ruffini, Albertini e il Corriere 1912-1925, a cura di F. Margiotta Broglio, Milano 2011.

    [9] A. Bertola, La vita e l’opera di Francesco Ruffini, cit., pp. 24-25. Il riferimento riguarda il saggio di F. Ruffini, Guerra e riforme costituzionali, in «Annuario Regia università», Torino 1919-20, pp. 5-98.

    [10] A. Bertola, La vita e l’opera di Francesco Ruffini, cit., p. 27.

    [11] F. Ruffini, Diritti di libertà, Gobetti, Torino 1926. Sul legame ideale tra Ruffini e il giovane Gobetti è intervenuto più volte Norberto Bobbio; si veda Francesco Ruffini, in «Ateneo», 15 novembre 1954, a. VI, n. 1, p. 4; Id., L’ombra di Francesco Ruffini, in «Nuova Antologia», gennaio-marzo 1986, a. 121, fasc. 2157, pp. 36-49.

    [12] La testimonianza di Ruffini può essere letta, in Piero Gobetti nelle memore e nelle impressioni dei suoi maestri, in «Il Baretti», 16 marzo 1926, a. III, n. 3, p. 80.

    [13] F. Ruffini, La  vita prodigiosa di Alessandro Manzoni, cit., p. 7.