È il 1894. Camillo ha 26 anni ed è tornato dagli State. Il suo carattere è un misto di pragmatismo e idealismo che lo porterà a fare delle scelte ben precise: nel lavoro l’industria, nella politica il socialismo. La prima scelta gli viene naturale. È un ingegnere elettrotecnico e nell’Italia di fine secolo l’elettricità sta uscendo dagli studi teorici per essere applicata, anche grazie a Galileo Ferraris e al suo motore asincrono, alle macchine come forza motrice. Sarà una svolta. Nelle lettere americane di Camillo appare evidente la sua idea di impiantare una fabbrica a Ivrea per produrre strumenti di misurazione elettrici. Quanto alle scelte politiche, per ora le sue convinzioni non sono ispirate allo stesso pragmatismo. Nel periodo universitario a Torino ha conosciuto e ha aderito al nascente socialismo, il quale non è ancora un partito organizzato, ma un coacervo di tendenze.

Camillo poteva ancora conciliare la volontà di divenire imprenditore con quel socialismo che era, nonostante tendenze marcatamente rivoluzionarie, anche interclassista, umanitario e riformista. In quel partito che alcuni saggisti definiranno “il grande barnum socialista” c’era spazio per quasi tutti. Camillo in quel contesto elaborò il suo, di socialismo: elastico sul piano della lotta di classe e giacobino nei confronti della classe politica al potere, che giudicava corrotta e incapace. Non avendo a disposizione lettere dell’epoca ad amici o compagni di partito, per interpretare il suo pensiero rimangono unicamente quelle scritte alla famiglia, molto più reticenti, ma sufficienti. Inizialmente le sue posizioni sono giovanilmente radicali, poi, con le delusioni del ’98 e l’impegno imprenditoriale, si trasformeranno in riformismo sociale.

Come influì su Camillo il viaggio americano? Notò probabilmente le differenze con l’Inghilterra che aveva conosciuto nel soggiorno londinese. Quella americana era una società meno classista che concedeva a tutti, o quasi, quelle opportunità che la vecchia Europa borghese era restia ad accordare. In realtà gli Stati Uniti erano un grande paese federale, pieno di risorse e in grande sviluppo. Gli americani si erano affrancati, un secolo prima, dal dominio della monarchia inglese con la guerra d’indipendenza. Tale guerra, per la quale la Francia si dissanguò aiutando gli americani in contrapposizione agli inglesi, sarà una delle tante cause di quella rivoluzione francese che avrà caratteristiche così eversive e propedeutiche per la nascita del socialismo. Camillo, in quel paese, toccò con mano un fattore che nel vecchio continente pochi all’epoca compresero: lo sviluppo industriale non portava all’inevitabile rivoluzione, ma alla crescita democratica. Non solo, prese atto che la crescita industriale americana era accompagnata da un fenomeno di grande novità per l’epoca: lo sviluppo dell’istruzione a tutti i livelli con scuole di ogni ordine e grado, biblioteche aperte a tutti, per non parlare delle università, nate direttamente dal mecenatismo capitalistico che ricevette in contropartita i grandi vantaggi di una ricerca indispensabile per lo sviluppo sia delle aziende che dell’intera nazione. Camillo ebbe l’opportunità di fare raffronti con la situazione italiana: per parte sua, aveva poca fiducia nel nascente capitalismo, che considerava parassitario, più portato alla speculazione finanziaria (che lui aborriva) che alla creazione delle imprese. Non fece quindi sconti, né scese a compromessi: di qui il suo iniziale massimalismo che, si badi bene, non è ideologico o dottrinario, ma nasce dalla sfiducia nelle attuali Istituzioni. Prima fra tutte quella monarchica. Nel 1896 si presentò alle elezioni amministrative del Comune di Ivrea, venendo eletto con un buon risultato; evidentemente la stima che gli eporediesi già allora nutrivano per Camillo aveva superato la diffidenza per le sue idee. Quando tuttavia comprese di non aver preso solo voti socialisti, ma anche borghesi, si dimise, ritenendo di non poter rappresentare quell’elettorato: Camillo, infatti, era convinto che non si potesse e dovesse collaborare con l’élite al potere. Con ardore giovanile, fece di ogni erba un fascio, lo prova il fatto che non coglierà la novità dell’affacciarsi in politica di Giovanni Giolitti. Con la nascita ufficiale del Partito Socialista ne divenne organico e partecipò al primo congresso che si tenne a Firenze nel 1896. La Polizia si interessò a lui, tanto che a suo nome venne compilata la scheda informativa che qui riporto.

1897 Sottoprefettura di Ivrea: L’Olivetti è stimato in questa città per il suo carattere dolce, per la sua buona educazione e per la sua intelligenza svegliata, e anche per la sua professionale cultura. È iscritto al Partito socialista fin da quando faceva gli studi universitari ed ha molta influenza non solo nella regione canavesana, ma anche presso la sede centrale del partito, per il suo largo censo che gli permette di fare spesso delle sovvenzioni in favore dei compagni e della stampa socialista. Ha una continua corrispondenza con i più influenti uomini del partito, specie con quelli di Torino, Milano e Roma. Fece parte dei disciolti circoli socialisti. Ora non ne esistono più nel circondario. Non collaborò in alcun giornale sovversivo. Ora scrive spesso corrispondenze per il “Grido del Popolo”, giornale ebdomadario socialista di Torino. Riceve quasi tutti i giornali socialisti, non tralascia alcun mezzo – quale instancabile propagandista – di insinuare le sue idee alla classe operaia, presso la quale ha avuto successo. Tenne conferenze pubbliche nell’ultimo periodo elettorale, durante il quale accompagnò e presentò, lui, nei diversi paesi del collegio di Ivrea, il candidato socialista Mario Bianchi di Milano. Ha preso parte a tutte le manifestazioni locali del partito socialista. Quale rappresentante dei socialisti canavesani prese parte al congresso socialista di Firenze.

Il compilatore della scheda tradisce simpatia e anche stima per l’uomo, forse riflettendo l’opinione che molti concittadini hanno di lui. Si apprende quindi che il suo impegno nel partito è notevole, che scrive per il «Grido del Popolo», diretto dall’ebreo torinese Claudio Treves, che conosce dai tempi dell’università. Viene anche segnalata la sua partecipazione attiva alla campagna elettorale per le elezioni politiche. Non si può confondere questo periodo della sua vita politica con la maturazione che avverrà negli anni. I fatti milanesi del ’98 saranno lo spartiacque tra il Camillo rivoluzionario e quello riformista. Quelle giornate milanesi lo videro in prima linea. I disordini scoppiarono in modo disorganizzato per moto popolare. I socialisti milanesi, in testa Turati, non erano certo dei barricadieri. Elementi anarchici, o più estremisti, contribuirono probabilmente a fomentare la rivolta. La scintilla che fece scoppiare i disordini (non solo a Milano) fu la decisione, da parte del governo, di aumentare i dazi doganali sulgrano; ciò provocò l’aumento del costo del pane, alimento base degli strati popolari. Ci furono barricate e, come sempre succede, violenze anche da parte dei rivoltosi. Queste diedero motivo al governo di decretare lo stato d’assedio e inviare il generale Bava Beccaris a Milano per sedare l’insurrezione. Cosa che fece con la massima energia, arrivando a far sparare cannonate contro la folla. Non si sa con esattezza quanti furono i morti: la polizia dirà ottanta, da parte socialista si affermerà che furono almeno cinquecento e forse di più i feriti. Anche facendo una media ponderata, si trattò in ogni caso di una strage avallata dal sovrano, che decorò addirittura il generale stragista per tanta impresa. Informato di quanto stava avvenendo, Camillo si precipitò a Milano prendendo parte attiva agli scontri. La cosa è confermata da due fonti. Quella del generale Bava Beccaris in persona che in una relazione del giugno ’98 scrive al sottoprefetto di Ivrea, e da una lettera di Camillo alla moglie che scrisse durante il terzo viaggio americano. Le riporto entrambe.

Alla Sotto Prefettura di Ivrea: È stato riferito a questo ufficio che l’individuo a margine (Camillo Olivetti-Socialista di Ivrea), costì residente, fermato nello scorso maggio in occasione dei disordini alla Stazione Centrale in questa città, si sia vantato di essere stato subito rilasciato, perché riuscito a trarre in errore la P.S, facendo credere di essere qui venuto per ragioni commerciali, mentre in realtà si sarebbe recato in occasione dei passati ultimi tumulti per prendere parte diretta alla rivoluzione. Prego la S.V. di voler assumere riservate e precise informazioni in argomento, favorendo disporre in conformità delle risultanze, e porgendomi in proposito sollecito riscontro.

Generale Bava Beccaris

Dal documento in questione si desume che Camillo corse seri rischi, tenuto conto che Turati e gli altri capi socialisti finirono successivamente in carcere. Illuminante è la lettera che scrive dall’America alla moglie nel 1908, nella quale offre una descrizione, non solo dettagliata, ma anche politicamente credibile di quegli avvenimenti e di cosa provocarono nel suo animo. La riporto quasi integralmente.

Worcester, Mass, 31 dicembre 1908: Carissima, Sono le undici di sera e fra poco comincerà l’anno nuovo. Voglio terminare l’anno scrivendo e pensando a te e ciò sia di buon augurio per l’anno nuovo. Tu hai già cominciato da qualche ora il 1909, ed io invece sono alquanto in ritardo. Domattina ti sveglierai ricevendo i miei auguri e spero di ricevere anch’io domattina i tuoi. Sono alquanto inquieto riguardo ad Umberto

[il nipote Marselli]

. Sono quasi certo che il cambio di guarnigione non doveva aver luogo che l’anno venturo, ma mi è venuto poi il dubbio che egli dovesse essere stato traslocato quest’inverno, in una delle città devastate dal terremoto, [quello di Messina] epperciò ti ho telegrafato chiedendo notizie. Strana data quella del primo gennaio! Un anno è passato […]. Io ne ho già passati quaranta e alle volte mi sento tanto vecchio! Ho visto tante cose, ho provato tante cose […]. Come è stata facile e variata la mia gioventù! Gli studi non mi hanno mai dato tanto fastidio […]. Quando ero bambino ero un po’ tardo ed indolente, e alquanto delicato. Dopo mi sono sveltito ed irrobustito e la vita mi è stata facile. Al ginnasio ho studiato e ho sempre fatto bella figura. Avrei potuto farlo in 4 anni, ed invece per ispirazione di mio cognato

[sempre il Marselli, ma padre]

me lo fece fare in 5. Non ho mai più in vita mia ritrovato quell’anno e non ho mai potuto interamente perdonare a chi me lo ha fatto perdere. Nel liceo lavorai poco e non mi comportai troppo bene, ma me la passai abbastanza liscia ugualmente, e forse quei tre anni, in cui la mia intelligenza non si stancò certamente troppo, furono un bene per me, perché se avessi continuato a studiare come nel ginnasio sarei diventato un cretino più o meno erudito. Gli anni di università li passai discretamente […]. In confronto con quanto di male avrei potuto fare, mi pare non ne feci in quegli anni troppo. Se ho un rimorso si è quello di non aver fatto più passeggiate, più scampagnate, più gite in montagna. Strano: fra i più bei ricordi della mia vita stanno le gite in montagna! Che i nostri figli ne facciano molte insieme, allegri, senza pedanti e lenti chaperons, ma col cuore allegro, la testa libera, la gamba lesta. Poi venne il periodo dei miei viaggi che, ahimè, coincide con il più brutto periodo, moralmente parlando, parlando, della mia vita […]. Che Dio perdoni quanto feci di male in tal epoca! Al mio ritorno ero un uomo e cominciai a lavorare e da allora feci quanto potei per fare bene. Mi cacciai forse un po’ imprudentemente, ma in buona fede, nella politica. Eran allora gli anni più nefasti per la libertà d’Italia. Vi era un partito nuovo che sorgeva con nuovi uomini, con nuovi ideali lontani, non raggiungibili, ma onesti e sinceri. Vi eran anche dei doveri immediati da compiere, dei pericoli da superare per non lasciare spegnere la libertà in Italia. Io, forse anche per dare un nuovo corso alla mia agitata esistenza, mi iscrissi al partito socialista e mi misi a capofitto nella lotta, per quanto le gravi occupazioni che procurava l’industria da me creata forse senza sufficiente preparazione, lo stare in una piccola e tranquilla città, e una certa quadratura della mia mente, abbiano impedito di prendere una parte preminente nelle lotte di quei giorni. Tu sai che fu appunto in quel periodo che incominciai a conoscere te. Nel maggio ’98 andai a Milano con la ferma intenzione di prendere parte ad una rivoluzione. Stando a Ivrea avevo preveduto, molto meglio che gli uomini che eran sul sito, che qualche cosa doveva succedere. Io credevo che Turati, Rondoni e tanti altri, che per così dire eran a capo del partito, avrebbero saputo condurre le masse e instaurare un nuovo regime. Tu sai che il giorno che andai a Milano venni a casa tua con la scusa di parlare all’Anita ma con la vera intenzione di salutare te. A Milano non accadde nulla di quanto io prevedevo, almeno per parte dei capi che non capirono nulla e non seppero ne frenare ne comandare il movimento. Il risultato furono 500 ammazzati e migliaia di anni di galera distribuiti. Quella volta io la scampai bella! Visto che a Milano non vi era nulla da fare, me ne andai a Torino, ed ero tanto esaltato in quei giorni che se avessi potuto trovare un duecento uomini ben armati avrei cercato di suscitare una rivoluzione […]. Ma il buon Treves e il buon Maffi, con cui ebbi un conciliabolo, mi disillusero, ed allora ebbi il buon senso di consigliar loro di fare un proclama, per sconsigliare ogni ulteriore agitazione che avrebbe portato ad un nuovo massacro, cosa che essi fecero; e credo che sia stata questa la migliore azione che ho fatto in vita mia! Dopo questa disillusione a poco a poco mi ritirai dalla vita politica. Intanto avevo conosciuto te ed a poco a poco mi sentii ringiovanire e per la prima volta dopo il mio ritorno dall’America incominciai di nuovo a pensare al mio avvenire, e me lo raffigurai diverso da quello che me lo ero raffigurato prima; me lo figurai tranquillo accanto ad una moglie amante, in mezzo a dei piccoli esseri a cui dare dei baci… Tu sai come riuscii facilmente a soddisfare questo desiderio e, nel tempo stesso, a fare lieta del mio amore una certa Vivina che era appena allora sbocciata alla vita e che volle con tanta grazia e con tanto buon volere accettare di trascorrere la vita con me […]. Dopo tu sai quanto me quello che è avvenuto. Questi dieci anni di vita comune furon ben brevi! È mezzanotte! Buon anno a te ed a Elena, ad Adriano e Massimo e Silvia e alla piccola Lalla. Buon anno a tutti voi! Se l’anno sarà buono per voi, sarà buono per me! Ti assicuro che i 6000 chilometri che ci separano non contano ed io mi sento vicino col cuore a voi quanto non sono mai stato in vita mia. Tanti baci tanti, tanti da Camillo P.S. Ieri ho scritto a mamma! Poveretta! Credo che nessuno l’abbia capita. Io incomincio a capirla adesso… Forse un pò tardi.

Questa lettera, a parte il grande amore per la moglie, rivela quello che in quegli anni fu il suo travaglio politico e soprattutto il suo progressivo allontanamento dalla politica attiva, pur rimanendo di idee socialiste. Camillo per carattere non è portato verso le mezze misure, quei socialisti che prima non capirono quello che stava per succedere e poi non seppero cavalcare gli eventi lo delusero fortemente. È l’inizio di una revisione critica delle sue posizioni, forse anche aiutata dal suo divenire un industriale. Crediamo che dopo quella delusione il buon senso gli suggerisse di rivolgersi più alle esperienze americane e al loro pragmatico riformismo, che non ai miti velleitariamente rivoluzionari del socialismo nostrano.

Per gentile concessione di Tito Giraudo

Da “La Fabbrica di mattoni rossi”