La Cina ha ormai esaurito la sua pluridecennale crescita prodotta da una forza lavoro ampia, sottoutilizzata ed in crescita. Dal 2010 la popolazione attiva ha smesso di crescere e gli ultimi dati del censimento mostrano che anche la popolazione complessiva è ormai stabile e pronta per una graduale discesa e ora il Paese più popoloso e in grande ascesa è diventato l’India. Il Pew Research Center, influente istituto di ricerca indipendente di Washington, ritiene probabile che la popolazione cinese sarà circa la metà di quella attuale nel 2100…
Come ha sottolineato il più importante ed influente demografo cinese Cai Fang, presidente della Chinese Academy of Social Sciences , la Cina deve affrontare questa nuova fase storica con un drastico cambiamento di rotta, puntando su:
– Crescita della produttività: puntando su un alto livello di educazione scolastica, su automazione ed innovazione (leggi: tecnologia);
– Crescita dei consumi: puntando su una redistribuzione dei redditi (leggi: maggiori controlli sulle grandi società controllate da pochi, ricchissimi, proprietari).
Il vecchio adagio “Non disturbare il can che dorme” qui non serve: la Cina si è già risvegliata e dobbiamo a prepararci ad un nuovo futuro.
E se non ne prendiamo atto potremmo presto scoprire che il futuro non è più quello di una volta. E pagarne le conseguenze. Il capitalismo in salsa cinese sta ormai cedendo il passo ad un apparentemente sorprendente ritorno al passato.
La coesione sociale è da sempre cruciale per potere governare un Paese immenso e popoloso come la Cina ma lo diventa ancora di più quando la crescita economica (e la diffusione del benessere) sono messi a rischio da una demografia che inizia a segnare il passo: dal 2010 la popolazione attiva ha smesso di crescere e gli ultimi dati del censimento mostrano che anche la popolazione complessiva è ormai stabile e pronta per una discesa, dapprima graduale ma poi molto rapida e preoccupante.
Il cambiamento non arriva all’improvviso, lo si poteva prevedere osservando l’evoluzione della piramide demografica, ma è sempre l’ultima goccia a fare traboccare il vaso. La cosa non dovrebbe sorprendere troppo anche considerato che l’obiettivo di Pechino, orgogliosamente dichiarato nell’ultimo (il quattordicesimo) piano quinquennale (2021-2025), è quello di trasformare il Paese in “una grande e moderna nazione socialista”. Per raggiungere questo obiettivo occorre migliorare la condizione delle famiglie cinesi (consentendo anche di aumentarne la dimensione con la possibilità di avere sino a 3 figli) e della classe media. Poca importanza sembra avere se, per ottenere quanto desiderato, si provocano pesanti danni agli investitori finanziari (“speculatori capitalisti”) ed alle aziende che operano nei settori coinvolti.
Una delle vittime più illustri è stato il settore dell’educazione privata ed in particolare dei corsi di sostegno che, essendo secondo il governo troppo onerosi per le famiglie, vanno erogati gratuitamente. Le società coinvolte hanno lasciato sul terreno negli ultimi due anni due terzi del loro valore ed il messaggio è risuonato forte e chiaro (con discese rovinose dei prezzi) anche su tutti i titoli toccati dalla stretta del governo cinese, ormai in chiara rotta di collisione con le grandi aziende quotate (gestite con logiche “occidentali”, ben lontane dal nuovo corso riassumibile come un “ritorno al passato”). Coerentemente con quanto avviene internamente anche la politica estera è tornata a proporre un confronto duro con gli Stati Uniti, in attesa di conoscere il prossimo inquilino della Casa Bianca, e la sensazione di un fastidioso “déjà vu” degli anni della guerra fredda è forse più che una nostalgica suggestione.
E’ presto per trarre delle conclusioni, che sarebbero oggi affrettate, ma quel che è certo è che il dragone è tornato a sputare fuoco e bisognerà prestare molta attenzione per non correre il rischio di scottarsi.
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