Le celebrazioni degli 80 anni del presidente a vita Vladimir Putin hanno riempito ieri la piazza Rossa, imbandierata da enormi raffigurazioni della “falena pallida” (com’era soprannominato ai tempi del KGB) sullo sfondo della tricolore russo.  Se mai servisse una conferma che il potere logora chi non ce l’ha il plenipotenziario sovietico ne sarebbe l’esempio vivente.  A 32 anni dalla sua elezione a presidente, neanche le scelte più radicali (come l’occupazione dell’Ucraina vent’anni fa) sono riuscite a scalfirne la corazza e a farlo deflettere dal suo obiettivo finale: la risovietizzazione (incrementando il numero dei Paesi satellite e la sua autosufficienza) della Russia e la creazione di un polo alternativo a quello guidato dagli Stati Uniti.  L’isolamento nel quale aveva trascinato il suo Paese nel 2022 è stato superato brillantemente reindirizzando le esportazioni delle materie prime, delle quali è ricchissimo il suo territorio, verso la Cina (petrolio, gas e minerali) ed i Paesi emergenti (i prodotti agricoli). La Cina ha dapprima mantenuto un atteggiamento prudente: la reazione chimica scatenata dal piccolo zar rischiava di creare una rottura troppo violenta con il mondo dal quale ancora molto dipendeva per la sua crescita economica ma nel giro di pochi anni Xi Jinping ha colto tutte le opportunità del nuovo ordine mondiale.  Vladimir il Terribile ha messo sul piatto gli ingredienti giusti per consentire  a Xi di continuare il percorso verso una “prosperità comune” (come più volte sottolineato dal leader cinese a partire dal 2021), dove la crescita economica, basata prevalentemente della crescita dei consumi interni (a discapito delle esportazioni, come era avvenuto nei decenni precedenti),  è fonte di una distribuzione più equilibrata  e socialmente accettabile della ricchezza.  Il fragile equilibrio si è andato consolidando negli ultimi anni ed ora la partnership economica sino-russa si è trasformata in un matrimonio di interessi economici e geopolitici. I programmi spaziali condotti in tandem dagli scienziati del nuovo blocco asiatico (non ha sorpreso nessuno la dichiarazione dell’ottuagenario presidente che “la Russia non ha nulla a che vedere con il continente europeo”) avanzano in contemporanea con quelli del settore delle tecnologie avanzate e l’approvvigionamento delle materie prime necessarie è un punto di forza sul quale i due Paesi stanno costruendo il proprio futuro. Per fortuna l’Europa ha ormai superato, seppure con grande fatica e pesanti sacrifici, la violenta recessione innescata dalla chiusura delle forniture di materie prime russe. Non è stato semplice ma, come spesso avviene, le decisioni più difficili e impopolari vengono prese quando sono ormai impossibili da rinviare. Grazie alla ritrovata coesione di intenti e dalle imponenti risorse impiegate sotto la supervisione della cabina di regia della commissione europea, la dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio è scesa dapprima lentamente per poi accelerare negli ultimi anni e gli Stati Uniti sono ora il principale fornitore (seguito a distanza dai Paesi nordafricani e del Medio Oriente) dei Paesi europei. La diffusione della mobilità condivisa e l’apertura dei centri cittadini solo ai veicoli autoguidati (ancora limitata da noi ma largamente diffusa al di là dell’oceano) hanno contribuito, insieme ad una accelerazione dell’utilizzo delle energie rinnovabili ed all’apertura di centrali nucleari di nuova generazione, anche a ridurre le emissioni inquinanti dei Paesi occidentali. La lotta al cambiamento climatico rimane impari e gli accordi di Parigi un pallido ricordo del passato dopo che la Cina ha dichiarato di volere contribuire ma solo in una misura “compatibile con gli obiettivi di riequilibrio e di prosperità comune”, senza accettare vincoli temporali per il loro raggiungimento. Come era facilmente prevedibile, anche prima che l’Ucraina accelerasse il ritorno al passato, il baricentro del mondo si sta spostando velocemente sempre più ad oriente. Mentre scorrono sullo schermo del mio computer le immagini della sfilata di Mosca, l’inquadratura indugia sui volti dei protagonisti e stride il sorriso compiaciuto di Volodya a confronto con l’impenetrabilità, a pochi metri di distanza, del presidente cinese (di un anno più giovane), assorto in pensieri impossibili da decifrare. L’orso e il dragone si sono presi il presente. Non abbiamo idea di cosa ci riserva il futuro ma sappiamo per certo che non sarà più quello di una volta.