Per decenni i tre libri per ragazzi più venduti sono stati il “Pinocchio” di Collodi, il “Cuore” di De Amicis e “Il Giornalino di Gian Burrasca” di Vamba, pseudonimo di Luigi Bertelli, del quale il 27 novembre di quest’anno ricorre il primo centenario della morte, avvenuta nella Firenze ove era nato il 19 marzo 1858. Non so quante volte ho letto e riletto le vicende di Gian Burrasca e rido sempre come, e forse anche più, della prima volta. E’ il segno che si tratta di un classico, se fa ancora ridere. Come pseudonimo Luigi Bertelli aveva scelto quello di Vamba, il nome del buffone di Cedric il Sassone nel romanzo “Ivanhoe”, di Walter Scott. Umorista, caricaturista, scrittore per ragazzi, giornalista, il personaggio presenta molte sfaccettature, anche se nella storia della letteratura è entrato, oramai definitivamente, come scrittore per l’infanzia. Egli fondò, nel 1906, anche un settimanale per ragazzi, tra i primi in Italia se non il primo in assoluto, il “Giornalino della Domenica”, le cui pubblicazioni precedettero di due anni il più celebre (e longevo) “Corriere dei Piccoli”. Sul settimanale di Vamba apparvero, tra le altre, le firme di Giovanni Pascoli, Gabriele d’Annunzio, Grazia Deledda, Edmondo De Amicis, Luigi Capuana, Ada Negri, Emilio Salgari… Ma, prima di essere scrittore per l’infanzia, Vamba fu un giornalista che si dedicava, in particolar modo, alla satira politica. Iniziò a collaborare al quotidiano romano “Capitan Fracassa” e nel 1884 ne divenne redattore. La sua satira era sempre pungente e centrata, mai volgare e mai vigliacca (ho sentito con le mie orecchie uno pseudosatirico di sinistra affermare: “Beh, siccome al governo ora ci sono i nostri, la satira la facciamo contro l’opposizione…”; non ci sono parole per commentare, ma in fondo tutto, nei tempi in cui viviamo, è così). Aveva delle idee politiche ben precise, era repubblicano della corrente mazziniana ma non fu mai settario. E’ stato proprio il suo retroterra culturale e spirituale mazziniano a portarlo a scrivere “per la gioventù”. Secondo i criteri mazziniani, infatti, è fondamentale l’educazione per trasformare gli individui in probi cittadini. Ed i metodi educativi di Vamba ci appaiono addirittura avveniristici. I giovani, infatti, non si educano con noiosi sermoni che lasciano il tempo che trovano ma, soprattutto, con l’esempio, questo Vamba lo aveva capito assai bene. E nel suo “Gian Burrasca”, che si augura, lo afferma esplicitamente, venga letto non solo dai ragazzi, ma anche dagli adulti, mette alle berlina non solo le marachelle del protagonista Giannino Stoppani, ma anche l’ipocrisia degli adulti. Spesso, infatti, le più grosse vengono combinate quando il ragazzo piglia alla lettera gli insegnamenti impartitigli dagli adulti, insegnamenti in sé giustissimi, ma nei quali il mondo dei grandi mostra di essere il primo a non credere. Significativa, in tal senso, la scena della visita al cimitero il Giorno dei Defunti, quando Giannino viene aspramente rimproverato per aver giocato, quando fino ad un attimo prima gli adulti non avevano fatto altro che sparlare di questo e di quello di fronte alle tombe… Vamba non scordava il proprio impegno politico e la militanza nel PRI, che abbandonò assieme a Salvatore Barzilai (che del PRI era stato un fondatore nel 1895), in quanto favorevole all’impresa di Libia del 1911 (l’impresa di Libia provocò una frattura in tutta la sinistra dell’epoca, basti pensare al discorso di Barga del socialista Giovanni Pascoli, “La Grande Proletaria s’è mossa…). Del triestino Barzilai condivideva anche le idee irredentiste e, poco prima di morire, vedremo che Vamba andrà a Fiume a portare la propria solidarietà a Gabriele d’Annunzio. Pure nel “Gian Burrasca” troviamo non pochi riferimenti politici. In molte parti del libro viene presa di mira l’ipocrisia del “politicamente corretto” dell’epoca (chissà cosa troverebbe da dire oggi Vamba, un’epoca in cui il “politicamente corretto” ha instaurato una vera e propria dittatura che ricorda l’orwelliana “polizia del pensiero”…) e poi ci sono alcuni episodi davvero gustosi. Ad esempio, trovandosi da solo nello studio dell’avvocato Maralli, uomo politico socialista e suo futuro cognato, Giannino riceve la visita di tale Cecco Grullo, testimone di un episodio che aveva turbato l’ordine pubblico. In campagna, un gruppo di militanti socialisti aveva preso a sassate un reparto di militari che li stava a sorvegliare e ne nacquero dei tafferugli. Cecco Grullo, bene istruito dai “compagni”, vorrebbe testimoniare che le sassate erano state lanciate dopo che i soldati avevano provocato e caricato, anche se in realtà erano state lanciate prima, senza alcuna provocazione. Giannino, che ha bene imparato la lezione degli adulti, rimprovera Cecco Grullo e gli insegna (come hanno insegnato a lui…) che bisogna sempre e comunque dire la verità. Così, il processo ai manifestanti finisce con la loro condanna e ciò rischia seriamente di compromettere la carriera politica del cognato… Allora il Primo Maggio non era giornata festiva, lo festeggiavano solo i cosiddetti “sovversivi”. Tra essi c’è un pasticcere, babbo di un compagno di collegio di Giannino, che chiude l’esercizio per andare ai festeggiamenti. I ragazzi convincono il figlio a mettere in pratica gli insegnamenti paterni e a condividere i dolciumi e il rosolio con chi non ha la fortuna di avere un babbo pasticcere. Gli insegnamenti vengono effettivamente messi in pratica e, alla fine, il pasticcere torna nel negozio, che trova tutto insudiciato, senza più pasticcini e coi ragazzi ubriachi di rosolio che intonano evviva al socialismo… Comprensibilmente infuriato, inizia a prenderli a scapaccioni urlando : “Ah, razza di cani, ora ve lo do io il socialismo!”… Ma il clou si ha quando l’avvocato Maralli sposa la sorella di Giannino in chiesa, ovviamente in gran segreto. Infatti egli è, ufficialmente, un autentico mangiapreti e per questo il giornale dei nazionalisti lo accusa di essere un miscredente, un senzadio, ecc. Giannino, adombratosi per le accuse al cognato, ne vuole difendere la reputazione e allora porta, alla redazione del giornale nazionalista, le prove del fatto che l’avvocato Maralli non è un senzadio, tanto è vero che si è sposato in chiesa… Vi lascio immaginare il seguito, ma di lì a poco il giornalino termina e, purtroppo, non ci sarà il seguito promessoci da Vamba. All’epoca i rapporti tra repubblicani e socialisti erano molto tesi (in Romagna erano quasi all’ordine del giorno le revolverate e le coltellate che i due gruppi si scambiavano) e ritengo che Vamba si sia tolto, scrivendo certe cose, qualche sassolino dalla scarpa. Come il suo amico D’Annunzio, Vamba, coniò nuove parole: fu lui il primo ad usare il termine qualunquismo, nel libriccino satirico “L’onorevole Qualunqui e i suoi ultimi diciotto mesi di vita parlamentare”, del 1898, poi il termine panciafichismo, che indica quello stupido pacifismo a tutti i costi che è strettamente imparentato alla vigliaccheria, guerrafondaio e Palamidone, in origine un attributo satirico di Giolitti, che indossava una palandrana eccessivamente lunga e che poi, come sostantivo, è andato ad indicare una persona piuttosto alta, dotata però di intelligenza e acume inversamente proporzionali all’altezza. Uno studio davvero completo e approfondito sul Vamba giornalista e scrittore politico manca (vi fu, tanti anni fa, un convegno, mi pare a Torino, sulla pubblicistica repubblicana ed un intervento venne dedicato proprio a Vamba, ma la cosa non ebbe seguito) : sarebbe bello che, nel centenario della morte, qualcuno ci pensasse seriamente.
ACHILLE RAGAZZONI